mercoledì 25 novembre 2009

L'articolo di FareFuturo Web Magazine sui beni mafiosi all'asta

Angela Napoli avverte sul "rischio prestanome". Si vanificherebbero i risultati

I beni dei mafiosi all'asta:
attenti ai tentacoli della piovra...


di Federico Brusadelli

Per “fare cassa” si rischia di perdere un patrimonio molto più importante. Quello della credibilità nella lotta alla mafia. L’avvertimento lo lancia oggi, intervistata dal Secolo d’Italia, Angela Napoli, parlamentare del Popolo della libertà, membro della Commissione antimafia e da sei anni sotto scorta (tanto per dimostrare che, nella guerra alla criminalità organizzata, dice e fa cose “importanti”). Ecco la proposta in questione: mettere all’asta i beni confiscati ai mafiosi. Facile pensare che, come funghi, spunterebbero i prestanome, e i beni tornerebbero nelle mani di Cosa Nostra. Negare la possibilità che ciò accada, dice la deputata, sarebbe «una pia illusione». E, oltretutto, quale privato si comprerebbe, tanto per fare un esempio, la casa di Totò Riina? Non sarebbe un buon affare, in fin dei conti…

Per questo, Angela Napoli ha avanzato la proposta della cancellazione dell’emendamento in Commissione Giustizia. Ma i suoi colleghi l’hanno bocciata. E lei adesso ci riprova, in Commissione Bilancio. Anche perché, al di là del lato “pratico” della questione, c’è un importante aspetto simbolico (tutt’altro che secondario, in uno scontro che anche di simboli si nutre). «Se la villa del mafioso diventasse una caserma, sarebbe un messaggio potentissimo, e rappresenterebbe un monito. È come dire: qui lo Stato ha vinto, qui comanda lo Stato». Sarebbe un segno visibile e concreto dell’avanzata, anche “fisica”, delle istituzioni in un conflitto che, fondamentalmente, si gioca proprio sul controllo del territorio.

Un’idea che lascia quantomeno perplessi, insomma. E dispiace che tale allarme sia rispedito al mittente, quasi con sufficienza. A maggior ragione perché – come ci tiene a sottolineare Napoli – «il governo Berlusconi sta facendo cose importanti nella lotta alla mafia». E il valore e la quantità dei beni confiscati sono aumentati negli ultimi anni: il ministro Maroni ha parlato di immobili sequestrati per più di cinque miliardi di euro.

Proprio il titolare del Viminale ha voluto tranquillizzare quanti sollevano questi timori. A vigilare sulla regolarità delle aste, e a certificare la distanza dei compratori dal mondo della criminalità organizzata, sarebbero i prefetti. Ma non basta a rassicurare l’onorevole Napoli, che ribatte: «Senza nulla togliere alla serietà dell’organismo di controllo, si tratta di paletti facilmente aggirabili: basta «un prestanome incensurato ad assicurarsi l’asta» E se a questo si aggiunge che «una delle attività preferite per il riciclaggio del denaro sporco sono le aste dei tribunali fallimentari», si capisce che il rischio che, attraverso qualche tentacolo più o meno visibile, la mafia rientri in possesso di ciò che le è stato tolto, c’è. E, purtroppo, è un rischio troppo concreto per permettersi di rischiare.


25 novembre 2009

L'intervista al Secolo d'Italia sui beni mafiosi all'asta

«Così basta un prestanome e la villa torna al boss»

Angela Napoli: sui beni confiscati rischiamo di vanificare il buon lavoro del governo

Valter Delle Donne
Roma. «Scusi, ma lei se la comprerebbe una casa che è stata confiscata a Totò Riina?». Angela Napoli, membro Pdl della commissione parlamentare Antimafia, da sei anni sotto scorta, cerca di rendere l'idea di quanto sia controproducente l'emendamento alla Finanziaria sui beni confiscati alla mafia da mettere all'asta. La misura consente la vendita dei beni confiscati, qualora gli stessi non vengano assegnati entro il termine di novanta giorni. L'ex magistrato, già parlamentare di An, è convinta che se la norma diventasse legge, «i beni dei mafiosi tornerebbero ai mafiosi, nonostante quello che sostengono i miei colleghi del governo e della maggioranza». Napoli ha appena incassato a Montecitorio il no in commissione Giustizia alla cancellazione dell'emendamento del governo, ma non si dà per vinta: «Lo ripresento in commissione Bilancio, non è possibile che non si rendano conto...»
Onorevole Napoli, su questo emendamento il governo esclude la possibilità che i beni sequestrati ai mafiosi tornino a loro. Viene specificato che vengono previsti una serie di controlli. Si passa anche per il placet del prefetto.
Tutto vero, sulla carta, ma purtroppo chi conosce le potenzialità della criminalità organizzata sa che sono paletti facilmente aggirabili. Nulla toglie alla serietà dell'organismo di controllo che è la Prefettura, ma è una pia illusione pensare che la mafia non si impadronisca del bene.
In che senso?
Basta un prestanome, incensurato, ad assicurarsi l'asta. Se lei pensa che una delle attività preferite per il riciclaggio del denaro sporco sono le aste dei tribunali fallimentari capisce, certamente, che non sarà un certificato antimafia a spaventare il mafioso di turno.
E quindi, secondo lei, se passa la legge che succede?
Che il bene messo all'asta non verrà acquistato da un privato cittadino, perché chi andrebbe ad abitare in una casa di un mafioso?
Andiamo avanti, non la compra il cittadino, quindi?
Quindi se la ricompra lo stesso mafioso attraverso un prestanome.
Però la spiegazione del governo è che il bene confiscato viene messo all'asta perché spesso è un rudere inutilizzabile dallo Stato...
Io dico: se si tratta di un rudere e se costa troppo ristrutturarlo, allora si provveda a demolirlo, ma non mettiamo in condizione il mafioso di rientrarne in possesso.
Le rispondo sempre con le spiegazioni fornite dal Viminale. I proventi delle vendite dei beni saranno impiegati per le forze dell'ordine e per la macchina della giustizia, quindi sempre contro la criminalità organizzata.
Capisco la necessità di far cassa al ministero della Giustizia e dell'Interno ma non si può accettare di far cassa con i soldi della criminalità organizzata. E poi questo non è un ragionamento da politico ma da contabile. Vado oltre: un mafioso preferisce prendere qualche anno di galera in più alla possibilità che gli venga confiscata la villa dove vive la sua famiglia. E poi, vuoi mettere l'efficacia del messaggio?
Intende l'eventualità che la villa del mafioso diventi una caserma dei carabinieri?
È un messaggio potentissimo, che rappresenta un monito. È come dire: qui lo Stato ha vinto, qui comanda lo Stato.
Invece, secondo lei, se passa l'emendamento alla Finanziaria?
L'immobile o il terreno, sia anche un rudere in disfacimento o un terreno incolto, torna alla prima occasione in mano al mafioso, attraverso una persona incensurata. Lo Stato non può fare niente. E il monito per i cittadini è esattamente il contrario. Come a ricordare: qui lo Stato ha perso.
Un quadro un po' catastrofista, non crede?
No, anzi. Quello che più mi dispiace è che chi cerca di portare avanti determinate battaglie viene quasi guardato a vista come un appestato. Eppure il governo Berlusconi sta facendo cose importanti nella lotta alla mafia. I beni confiscati sono aumentati. Lo ricordava in queste ore lo stesso ministro Maroni al vertice internazione a Venezia con gli altri ministri dell'Interno del Mediterraneo. Ricordo che nel cosiddetto "pacchetto sicurezza" del luglio scorso c'è una misura che favorisce il sequestro dei beni illeciti e rende più rapidi i tempi per il loro affidamento. Ma a questo punto un emendamento di questo genere vanifica la bontà del lavoro prodotto finora.
25/11/2009

I provvedimenti del Governo per gli ergastolani che hanno ferito due Agenti di Polizia Penitenziaria

Ai Ministri della Giustizia e dell’Interno:

Per sapere – premesso che:

- nella giornata di ieri due ergastolani, Giuseppe e Pasquale Zagari di Taurianova (R.C.), Comune sciolto per ben due volte per infiltrazione mafiosa, hanno tentato l’evasione durante la loro traduzione dal carcere di Palmi al Tribunale Misure di Prevenzione di Reggio Calabria per un udienza a loro carico;

- solo il coraggio e il valido intervento dei quattro Agenti della Polizia Penitenziaria, due dei quali sono rimasti feriti, hanno evitato il peggio ed hanno fatto fallire il piano di fuga dei due pericolosi ergastolani;

- durante il trasferimento da Palmi a Reggio Calabria a bordo dell’autoblindo, nel tratto autostradale Palmi – Sant’Elia, uno dei due detenuti Giuseppe, ha chiesto aiuto agli Agenti paventando un finto malore del detenuto Pasquale ed appena aperta la porta della celletta interna al furgone, i due ergastolani hanno iniziato a sparare e ferito gli Agenti, i quali nonostante il ferimento subìto sono riusciti ugualmente a bloccare i due detenuti;

- i due detenuti Giuseppe e Pasquale Zagari, sono fratelli ed importanti elementi dell’omonima cosca della ‘ndrangheta di Taurianova ed hanno, altresì, una sorella fidanzata con il latitante Ernesto Fazzalari, anche lui di Taurianova e ricercato dal 1992;

- i due fratelli Giuseppe e Pasquale Zagari, condannati all’ergastolo per associazione mafiosa, omicidio e altri delitti, sono stati responsabili di una guerra tra due cosche taurianovesi, Avignone – Zagari – Viola e Asciutto – Grimaldi – Neri, che negli anni tra il 1988 e il 1991 hanno portato a ben 20 omicidi e 10 tentati omicidi e che ha fatto rimbalzare sulle cronache nazionali l’intera Città di Taurianova per aver portato nel 1991 all’omicidio di Rocco Zagari, padre di Giuseppe e Pasquale, ed ex consigliere comunale della DC e nel giorno successivo di altre tre persone, ad una delle quali è stata staccata la testa dal tronco a fucilate;

- i due ergastolani Giuseppe e Pasquale Zagari, detenuti presso il carcere di Voghera (Liguria), sarebbero giunti presso il carcere di Palmi (R.C.) sabato scorso e, lo scorso mese, sarebbero stati accompagnati a casa della madre, a Taurianova, quale premio per la “buona condotta” tenuta durante la detenzione;

- a parere dell’interrogante sembra assurdo continuare a premiare per “buona condotta” detenuti, quali i fratelli Zagari, che hanno alle spalle un curriculum criminale tale ad averli portati all’inflizione dell’ergastolo;

- ma sicuramente appare preoccupante ed assurdo che i due ergastolani Zagari fossero, a bordo dell’autoblindato penitenziario, in possesso di due pistole calibro 6,35:

- se non ritengano di dover fare avviare la procedura per sottoporre i due ergastolani Zagari all’applicazione del regime del 41 bis ;

- se non ritengano di dover informare il Parlamento su come i due detenuti siano riusciti ad entrare in possesso di ben due pistole calibro 6,35;

- se non ritengano di dover rivisitare la norma ed il sistema di benefici di cui godono i detenuti per la cd. “buona condotta”;

- se non ritengano, infine di poter incoraggiare all’uso delle video conferenze per le fasi processuali che riguardano in particolare i detenuti condannati per associazione mafiosa.

On. Angela NAPOLI

Roma, 25 novembre 2009

venerdì 20 novembre 2009

Necessario e urgente presidiare i lavori dell'Autostrada A3

Ai Ministri dell’Interno, del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali, delle Infrastrutture e dei Trasporti, della Difesa:

- per sapere – premesso che:


- l’interrogante già con precedenti atti ispettivi, rimasti a tutt’oggi privi di risposta, ha denunziato la preoccupante escalation di atti intimidatori attuati nei confronti delle Imprese e degli operai che lavorano nei cantieri dell’Autostrada Salerno - Reggio Calabria;

- dalle varie inchieste giudiziarie, avviate negli anni, sono sempre emersi gli interessi delle cosche della ‘ndrangheta, vibonesi e reggine, sui lavori di ammodernamento dell’autostrada SA-RC;

- peraltro dalla relazione del Ministro dell’Interno al Parlamento sull’attività svolta e sui risultati conseguiti dalla Direzione Investigativa Antimafia, riguardante il secondo semestre del 2008 emerge che l’area a rischio in cui si proiettano le capacità imprenditoriali della ‘ndrangheta sono le costruzioni: in particolare, i lavori stradali, soprattutto quelli di ammodernamento dell’autostrada Salerno – Reggio Calabria;

- i clan mafiosi calabresi si sarebbero ripartiti per territorio il controllo dei lavori in questione e nonostante le attività di indagine messe in atto dalla Magistratura inquirente ed i sistemi di vigilanza, gli operai continuano a subire atti intimidatori sempre più gravi che mettono a rischio la loro sicurezza, ma anche quella delle singole imprese appaltanti;

- l’ennesimo grave e preoccupante atto intimidatorio è stato perpetrato, nei giorni scorsi, a danno di sette operai che stanno lavorando in un cantiere della S.C.L. Costruzioni e montaggio s.r.l. A3 vicino a Scilla (R.C.);

- gli operai sono stati aggrediti e costretti ad abbandonare il cantiere da due uomini incappucciati e con le armi in pugno;

- la ditta presso la quale lavorano gli operai intimiditi ha iniziato l’attività da pochissimo tempo;

- proprio lo scorso anno , altri due banditi mascherati avevano aggredito e minacciato con lupare quattro operai che stavano lavorando per il rifacimento dell’autostrada A3 a qualche chilometro precedente a quello dove è stato attuato il nuovo gesto intimidatorio;

- le gravi pressioni, altre a preoccupare gli operai tutti, stanno incoraggiando le imprese aggiudicatarie dei lavori ad abbandonare la Calabria:

- se non ritengano necessario ed urgente far presidiare da un congruo numero di militari dell’esercito i cantieri autostradali al fine di garantire la sicurezza dei lavoratori;

- quali urgenti iniziative intendano assumere per garantire la prosecuzione dei lavori di ammodernamento della Salerno – Reggio Calabria nel tratto reggino;

- quali urgenti iniziative intendano assumere per avviare un’adeguata normativa utile a garantire la pubblica amministrazione in tema di prevenzione dei fenomeni di infiltrazione mafiosa negli appalti.

On. Angela Napoli

mercoledì 18 novembre 2009

Inconcepibile la vendita dei beni confiscati alla mafia

Le misure di prevenzione patrimoniali hanno rappresentato una delle più efficaci attività di contrasto alle mafie. Colpire gli interessi economici e le ricchezze delle mafie, acquisti con i traffici illeciti, è stata ritenuta importante attività di prevenzione che ha sempre inciso negativamente sullo stesso “essere” uomo di mafia.
Anche il Governo nazionale con il cosiddetto “pacchetto sicurezza”, legge n. 94/2009, ha inteso favorire il sequestro dei beni illeciti e rendere più rapidi i tempi per il loro affidamento. Mi appare, quindi, davvero inconcepibile l’assenso, dato al Senato, all’introduzione nella legge finanziaria dell’emendamento che consente la vendita dei beni confiscati, qualora gli stessi non verrebbero assegnati entro il termine di 90 giorni.
Conosciamo tutti quanto imponente sia il potere finanziario di ogni cosca mafiosa e sarebbe sicuramente “pia illusione” pensare che i criminali non riuscirebbero a riappropriarsi della loro illiceità, anche attraverso prestanomi vari.
Coloro che hanno proposto l’emendamento in questione e coloro che lo hanno successivamente votato si sono per caso documentati sull’entità del patrimonio attualmente confiscato alla mafia e non ancora assegnato? Hanno quindi valutato l’entità economica che rischierebbe di essere apportata alle singole cosche mafiose? O sono davvero convinti che un solo controllo, per quanto adeguato, riuscirebbe a bloccare la sete di riappropriamento del mal tolto?

On. Angela NAPOLI
Componente Commissione Nazionale Antimafia

domenica 15 novembre 2009

L'articolo di Giornalettismo.com


Non era solo uno scambio di battute quello tra finiani e sottosegretario all’Economia. L’onorevole Napoli ha chiesto l’accelerazione dell’iter di un ddl bipartizan che prevede fino a 5 anni di carcere per i politici che usano i voti della criminalità organizzata in cambio di favori.

Se Nicola Cosentino riceve da parte del presidente Berlusconi il via libera alla sua candidatura per la guida della Regione Campania, vuol dire che inevitabilmente a dover fare un passo indietro sono solo ed esclusivamente gli ex An come il Presidente della Camera Gianfranco Fini e il fido Italo Bocchino, che avevano ripetutamente nei giorni scorsi chiesto al Sottosegretario all’Economia la rinuncia alla competizione del prossimo marzo. Cosentino non aveva risparmiato stoccate ai compagni di partito ostili alla sua scalata: “Fra le cose che mi hanno molto amareggiato – rispondeva a Bocchino nell’intervista al Giornale di ieri – una riguarda il suo giornale (il “Roma”, ndr) che ha seguito l’inchiesta molto da vicino, rivelando dettagli coperti dal segreto istruttorio che i miei avvocati nemmeno conoscevano. Il Roma sembrava il Fatto di Travaglio…”. E rivendicava i suoi meriti nella gestione del Pdl: “E’ stata dura ripartire nel 2005 quando perdemmo malamente con un candidato (Bocchino, ndr) che dopo tre mesi abbandonò la guida dell’opposizione dicendo: “Qui non c’è niente da fare, questo sistema non lo abbatteremo mai”. E invece con Landolfi, con Cesaro e altri, piano piano l’abbiamo buttato giù il sistema”.

UN ITER SCORRETTO – Uno scontro, quello tra ex An e il coordinatore campano del Pdl, che aveva raggiunto l’apice con la richiesta di accelerazione dell’iter di un ddl inerente il “divieto di svolgimento di propaganda elettorale per le persone sottoposte a misure di prevenzione”. A sottolineare la necessità di nuove norme è stata la deputata Angela Napoli, prima firmataria della proposta, solo una settimana fa proprio da Bocchino in persona elogiata, in diretta televisiva ad Annozero, per il suo operato in Commissione Giustizia e in Commissione Antimafia. “Io sto ad Angela Napoli, come tu a Di Pietro”, faceva sapere Bocchino rivolgendosi a De Magistris, presente con lui in studio, per marcare l’unità di intenti con la collega sul tema giustizia e sulle misure da adottare nei confronti della criminalità. “Proporrò che si arrivi ad un’approvazione della legge prima delle prossime elezioni, perchè credo che anche i partiti vadano responsabilizzati nella scelta delle candidature”, ha fatto sapere la Napoli sponsorizzando il testo al vaglio della Commissione e frutto della sintesi di cinque diversi progetti di legge presentati dalla stessa Angela Napoli, da Sabina Rossa e Nicodemo Olivero del Pd, da Roberto Occhiuto dell’Udc e dall’ex Idv (ora gruppo Misto) Aurelio Misiti.

UN PROGETTO DI LEGGE – Il progetto di legge, fa sapere l’agenzia Dire, si compone di tre articoli e modifica la legge n. 575 del 31 maggio 1965, che contiene disposizioni contro la mafia. Innanzitutto, viene aggiunto un ulteriore comma (il 5-quater) all’articolo 10 della legge del ‘65, che elenca una serie di divieti per le persone alle quali sia stata applicata con provvedimento definitivo una misura di prevenzione. In particolare, all’articolo 2 si precisa che “il sottoposto a sorveglianza speciale di pubblica sicurezza” che, sospettato di essere un affiliato o un colluso di mafia, camorra, ‘ndrangheta o qualunque altra organizzazione criminale, “propone o accetta di svolgere attività di propaganda elettorale, e il candidato che la richiede o la sollecita, sono puniti con la reclusione da due a cinque anni”.

UN PROBLEMA NELLA MAGGIORANZA? - Insomma, sarebbe interessante sapere oggi come intendono porsi nei confronti di questa proposta bipartizan tutti coloro, i berlusconiani di ferro alla Ghedini ad esempio, che lottano strenuamente per l’approvazione del processo breve e la reintroduzione dell’immunità parlamentare. Anche questa iniziativa verrà bollata come possibile responsabile di un ulteriore squilibrio di poteri tra politica e magistratura? Molti lo farebbero senza esitazione. Ma la finiana Angela Napoli sulla posizione da assumere nei confronti di norme che prevedono il carcere fino a 5 anni per i politici che usano i voti della criminalità organizzata in cambio di favori e la decadenza da ogni incarico e l’ineleggibilità fino a un massimo di 10 anni, non ha dubbi e ripete grossomodo quanto affermato da Fini a Che tempo che fa: “Credo ci sia urgenza di queste norme – dice – I partiti, sia di destra che di sinistra, devono guardare con attenzione alle scelte dei candidati puntando più sulla qualità che sul numero dei consensi che queste persone possono portare”. La parola, ora, passa a Cosentino e soci

giovedì 12 novembre 2009

Nave dei veleni L'Espresso - L'intervista

Quei veleni top secret
di Riccardo Bocca
Il governo cerca di nascondere la verità sull'inchiesta. L'accusa della parlamentare Pdl dell'Antimafia.
Colloquio con Angela Napoli

Angela Napoli, membro Pdl della commissione parlamentare Antimafia, lo dice apertamente:"Il governo sta cercando di nascondere la verità sulle navi dei veleni, e su quella di Cetraro in particolare. Si vogliono coprire segreti di Stato, e la strada scelta è quella del silenzio. O peggio ancora, di dichiarazioni che non stanno in piedi". Parole che arrivano dopo giornate intense. La settimana scorsa Pippo Arena, il pilota del congegno sottomarino che il 12 settembre aveva filmato la nave sui fondali calabresi, ha dichiarato a "L'espresso" che "due stive erano completamente piene". Poi è stato il turno del ministero dell'Ambiente, che ha pubblicato on line le immagini girate a fine ottobre su quello che ha presentato come il piroscafo Catania. Infine è spuntata, tra politici e ambientalisti, l'ipotesi che nel mare di Cetraro ci siano non uno, ma più relitti. "Il che potrebbe giustificare la fretta di voltare pagina del ministro dell'Ambiente", dice l'onorevole Napoli.

Un'accusa pesante, la sua: su cosa si basa?
"Penso, per esempio, a cosa è successo il 27 ottobre quando è stato ascoltato dalla commissione Antimafia il procuratore nazionale Piero Grasso. Appena gli ho posto domande vere, scomode, il presidente della commissione Beppe Pisanu ha secretato la seduta...".

Si può sapere, nei limiti del lecito, quali argomenti toccavano le sue domande?
"Chiedevo chiarezza sul ruolo dei servizi segreti in questa vicenda. Domandavo come potesse il pentito Francesco Fonti, che non è della zona, indicare il punto dove si autoaccusa di avere affondato una nave, e farlo effettivamente coincidere con il ritrovamento di un relitto. Volevo che superassimo le ipocrisie, insomma. Anche riguardo al memoriale del pentito, che è stato custodito per quattro anni, dal 2005, nei cassetti della Direzione nazionale antimafia senza che nessuno facesse verifiche".

Il ministero dell'Ambiente ha pubblicato sul suo sito le riprese della nave affondata a Cetraro. Non basta?
«Può bastare un filmino in bassa risoluzione che, quando clicchi, si apre su YouTube? Non scherziamo. E aggiungo: poniamo anche che le stive risultino vuote. Dov?è finito il carico visto dal pilota il 12 settembre?». Un dato è certo: alle 12,56 del 27 ottobre, il ministro Prestigiacomo ha detto che il robot aveva già svolto «le misurazioni e i rilievi fotografici del relitto».

Ed è stata smentita due volte: alle 13,12 dello stesso giorno dalla società Geolab che svolgeva il lavoro («Abbiamo fatto solo rilievi acustici»); poi in diretta a Sky da Federico Crescenti, responsabile del Reparto ambientale marino delle capitanerie di porto, il quale ha spiegato che le operazioni in acqua del robot sono iniziate la sera del 27.
«Dico di più. Sempre il 27 ottobre, la direzione marittima di Reggio Calabria ha trasmesso alla commissione Antimafia una mappa con i punti di affondamento di 44 navi lungo le coste italiane. Guarda caso, in Calabria ci sono nove croci senza nome...».

Rilancerà questo elemento in commissione Antimafia?
«Certo. Ma è difficile che un governo smascheri ciò che un altro governo ha occultato. C?è l?interesse bipartisan ad andare oltre, a dimenticare che il pentito Fonti parla di legami con ex democristiani e socialisti ancora attivi. Ricordiamo che il sottosegretario agli Esteri, in questo governo, fa di nome Stefania e di cognome Craxi».

Quindi?
«Basta con i segreti. Il governo vuole chiudere il caso Cetraro? Renda pubbliche le immagini satellitari dei traffici avvenuti nei mari italiani tra gli anni Ottanta e Novanta. La verità c'è già: basta avere voglia di vederla».

(11 novembre 2009)

mercoledì 4 novembre 2009

Il sequestro dei beni all'ex consigliere regionale Crea e le candidature delle prossime elezioni

L’operazione della DDA di Reggio Calabria, condotta dal Comando Provinciale dei Carabinieri, che questa mattina ha portato all’ingente sequestro dei beni di proprietà dell’ex consigliere regionale Domenico Crea e dei suoi familiari, comprova gli interessi e le collusioni che ‘ndrangheta ed alcuni ambienti politici hanno nel settore della Sanità calabrese.
Le indagini relative all’inchiesta “Onorata sanità” , nella quale è rimasto coinvolto Domenico Crea, dimostrano, altresì, quanto ancora in Calabria risulti rilevante il peso elettorale delle varie cosche mafiose e come queste riescano a far eleggere persone disponibili a cogestire affari ed interessi.
Ritengo che le risultanze delle indagini che hanno portato all’odierno intervento di prevenzione e che partono dalla campagna elettorale per le regionali calabresi del 2005, debbano essere adeguatamente tenute in considerazione dai partiti politici tutti, oggi più che mai allorché la nostra Regione si avvia alla nuova consultazione del 2010, al fine di un’ oculata valutazione delle candidature. Così come il Parlamento dovrebbe accelerare l’iter per la conversione in legge della proposta relativa al divieto di svolgimento di propaganda elettorale per le persone sottoposte a misure di prevenzione.

On. Angela NAPOLI
Componente Commissione Nazionale Antimafia

martedì 3 novembre 2009

Le navi dei veleni e l'inquinamento ambientale in Calabria

Il problema dell’inquinamento ambientale della Calabria ha sempre destato in me grandi inquietudini e perplessità su come lo stesso sia stato continuamente affrontato. Inquietudini e perplessità che oggi più che mai, alla luce delle ultime vicende delle navi dei veleni, sono diventate non più sopportabili. Ed allora ho deciso di spogliarmi momentaneamente delle vesti di politico e di assumere i panni di normale cittadina che vive in quella martoriata terra. E’ poiché con tali vesti non intendo patteggiare né per i Governi nazionale o regionale, né per questo o quel Magistrato, più che mai per un collaboratore piuttosto che per qualsiasi trafficante o faccendiere, sento la necessità di porre alcune domande per vedere se qualcuno è in grado di darmi le relative risposte.
Premetto che parto dalla certezza che la ‘ndrangheta, come la camorra, trae grandi profitti dal settore dello smaltimento dei rifiuti solidi urbani e tossici e che per poter praticare tale illecita attività deve trovare complicità in ambienti istituzionali di varia natura.
Ma ritorniamo alle navi dei veleni e prima di potermi sentire tranquilla sull’esito delle relative indagini, gradirei sapere se c’è stata attività, ed in caso affermativo le relative risultanze, dopo la deposizione nel 2005 presso la DNA del memoriale del collaboratore Fonti. Se e chi ha avuto la possibilità di comparare le immagini realizzate dalla Geolab con quelle della Copernaut. Perché nelle fasi di accertamenti non vi è stata reciproca collaborazione tra Governi nazionale e regionale. Perché la Magistratura competente non ha provveduto a sequestrare i relitti reperiti al fine di accertare l’identità e l’eventuale uguaglianza degli stessi. Chi può garantire che a largo delle coste calabresi non giacciano navi affondate dalla ‘ndrangheta e contenenti rifiuti radioattivi. Chi mi garantisce che le morti del Capitano Natale De Grazia e della giornalista Ilaria Alpi non siano avvenute perché entrambi vicini alla scoperta di verità . Perché le indagini nel merito finiscono ogni volta che le stesse passano per competenza dalle Procure ordinarie alle DDA. Perché a distanza di anni qualcuno tenta di riavviare le indagini e qualcun altro fa si che le stesse vengano immediatamente chiuse.
Sarò sicuramente una cittadina sospettosa, ma se non mi verranno date esaustive risposte, non potrò che desumere che in questo settore, oltre agli interessi della ‘ndrangheta ci sono anche quelli di ben altri ambienti, la cui natura potrà essere identificata da ogni cittadino in chi riterrà più opportuno.

On. Angela NAPOLI
Componente Commissione parlamentare antimafia

Roma, 3 novembre 2009

martedì 27 ottobre 2009

L'interpellanza sullo sviluppo del Porto di Gioia Tauro

La sottoscritta chiede di interpellare il Presidente del Consiglio dei ministri, il Ministro dello sviluppo economico, il Ministro dell’Economia e delle Finanze, il Ministro delle infrastrutture dei trasporti e il Ministro per i rapporti con le regioni: per sapere - premesso che:

- il Porto di Gioia Tauro, che avrebbe dovuto rappresentare il volano dello sviluppo dell'intera Calabria, rimane ancorato alla sola attività di transhipment, anche se la stessa sta evidenziando altalenanti fasi positive e negative;

- la gestione del Porto di Gioia Tauro è stata sempre organizzata in un quadro di incertezze che non hanno consentito l'effettuazione della polifunzionalità del Porto stesso: ritardi nei finanziamenti, scarsa attenzione sulla rivalità nata da parte di altri porti italiani e mediterranei, lentezza nel completamento delle infrastrutture portuali, marginalità dell'obiettivo della polifunzionalità, mancanza dell'istituzione di una zona franca produttiva;

- fin dal dicembre del 1997, già Presidente del Consiglio dei ministri Romano Prodi, con la presentazione delle linee-guida del «famigerato» master plan del Porto di Gioia Tauro, era divenuta del tutto marginale la relativa polifunzionalità, anzi era apparsa chiara la volontà di capovolgere la polifunzionalità completa, affermata nel protocollo d'intesa; - nel marzo del 1998, l'allora ministro delle Finanze, Vincenzo Visco, ha supportato il veto, espresso nel luglio 1996, dalle organizzazioni sindacali confederali circa l'ipotesi d’istituzione di zone franche nel sud, comunicando l'approvazione di ben quattro punti franchi doganali in Sardegna e non nel Porto di Gioia Tauro;

- sempre sotto la Presidenza del Consiglio del professor Romano Prodi, nel 1996 era già stato nominato un inutile coordinamento del Porto di Gioia Tauro, affidato al Sottosegretario di Stato ai Trasporti dell'epoca;

- ancora in questa legislatura la Regione Calabria ha assunto comportamenti che l'interpellante giudica equivoci nei confronti del Porto di Gioia Tauro; nonostante l'anomala nomina di un sottosegretario regionale con apposita delega per quell'area portuale, nonché la nomina di un Commissario Straordinario per l’elaborazione di un piano di sviluppo strategico per l’area ampia sempre di Gioia Tauro è riscontrabile una inefficiente ed equivoca programmazione per rilanciare le potenzialità del Porto stesso e del relativo retroporto;

- la legge finanziaria del 2007 aveva introdotto l'autonomia finanziaria delle Autorità portuali, senza creare alcun beneficio per Gioia Tauro, visto che oltre il 94 per cento delle merci che transitano per quel Porto non toccano terra e che le banchine esistenti sono quasi tutte concesse alla Medcenter e alla Blg;

- sempre la legge finanziaria del 2007 aveva autorizzato un contributo di 50 milioni di euro per il 2008 per lo sviluppo del Porto di Gioia Tauro;
- la stessa Trenitalia continua a far lievitare il costo della intermodalità mare – ferro, mettendo in discussione accordi commerciali sottoscritti soltanto alcuni mesi fa, e triplicando la circolazione dei mezzi pesanti sulle strade calabresi, sufficientemente penalizzate dai cantieri, sulla Autostrada Salerno – Reggio Calabria;
- solo l’istituzione di una “zona franca” nel Porto di Gioia Tauro avrebbe rappresentato uno strumento capace di creare sviluppo in sinergia con attività portuali e di Transphiment;
- ma dai quotidiani regionali degli ultimi giorni si apprende che nell’ambito delle entrate in vigore delle 22 zone franche urbane italiane, la Regione Calabria non avrebbe fatto inserire proprio quella di Gioia Tauro, propendendo per altre zone calabresi e finendo così con l’ agevolare zone del territorio regionale sicuramente meno disagiate di quelle della Piana di Gioia Tauro;
- all’interpellante appaiono davvero non più accettabili la disattenzione e le equivocità che fino ad oggi sono ruotate attorno al Porto di Gioia Tauro , nonché la mancanza di adeguati interventi utili a far rappresentare quel Porto quale volano per lo sviluppo dell’intera Calabria:

- quali gli interventi per scongiurare che le scelte della politica nazionale e regionale non provochino il definitivo abbandono della possibile polifunzionalità del Porto di Gioia Tauro ed il decremento dell’attuale attività di transhipment, con il conseguente crollo dell’ attività occupazionale, esistente in una zona del territorio calabrese, sufficientemente intaccata dall’alto tasso di disoccupazione e dalla preoccupante pervasività delle cosche della ‘ndrangheta.

On. Angela NAPOLI

Roma, 27 ottobre 2009

Pierpaolo Bruni e Marisa Manzini: il post di Roberto Galullo dal blog de Il Sole 24 ore

Storie parallele in Calabria: i due Bruni e pool antimafia a pezzi ma... per fortuna si vola con Wim Wenders!

C’è Bruni e Bruni. E non pensate a Carla. Lei in questa storia non c’entra.
Eh sì perché la Calabria e l’Italia onesta sanno a malapena che a un Bruni - il Pm Pierpaolo – stanno facendo da anni terra bruciata intorno mentre sono informate a pioggia che un altro Bruni – Gaetano Ottavio, ex mitico presidente della Provincia di Vibo Valentia – è stato scelto come capo di gabinetto dal Governatore della Regione Calabria, Loiero Agazio.
C’è Bruni e Bruni, dicevamo. Pierpaolo è obbligato (dallo Stato) a mollare la presa sulla ‘ndrangheta ed è stato isolato dallo stesso Stato, che se ne fotte tre quarti della sua vita a rischio. Gaetano Ottavio è indagato per il disastro che nel 2006 a Vibo, causa alluvione, si portò via la vita di tre persone. Ma viene fatto sedere alla destra del…governatore.

PIERPAOLO BRUNI TROVA ACCANTO SINDACATI DI POLIZIA,
UN PUGNO DI CITTADINI E SOLO L’ONOREVOLE NAPOLI

Partiamo da Pierpaolo che, come un fabbro mantovano, continua a pestare duro su cosche, massoneria deviata e malapolitica (sono sinonimi tra loro).
Le sue ultimissime indagini hanno portato alla luce l’ennesimo inquietante episodio di “grande fratello telefonico” pronto secondo l’accusa ad ascoltare tutto, depistare le indagini e arricchire la potenza di quella che l’ex Pm Luigi De Magistris chiamava (e io con lui) la “nuova P2” (si veda, da ultimo, il “Fatto quotidiano” del 16 ottobre e i miei tanti articoli dedicati sul Sole-24 Ore all’argomento, oltre alle puntate su Radio24 nella mia trasmissione “Un abuso al giorno” e ai post su questo blog il 9 febbraio, l’11 febbraio e il 23 luglio 2009). Molto, ma molto più potente della gabbia di affaristi architettata dal grande muratore Licio Gelli.
Un pm che non si arresta neppure di fronte al coinvolgimento di politici e personaggi deviati delle Istituzioni, che va per questo motivo a scovare fuori regione (si veda il mio articolo sul “Sole-24 Ore” del 16 ottobre)
Bene, a questo Pm, da fine aprile 2009, non è stata rinnovata l’applicazione alla Direzione distrettuale antimafia (Dda) di Catanzaro.
In una regione e in un Paese civile – visto che le cosche hanno progettato di farlo fuori con lanciarazzi, bazooka ed esplosivo – tutti gli uomini onesti si sarebbero alzati come un sol Uomo con un solo scudo e avrebbero gridato: “Giù le mani dal valoroso pm”.
E invece? E invece in Calabria e in Italia gli Uomini sono pochi, lo scudo è solo fiscale e il silenzio è di piombo, come quello che politici collusi, massoni deviati e ‘ndrine non vedono l’ora di piazzare nella testa di Bruni.
Resistenza civile di un centinaio di crotonesi e un’interrogazione – isolata – dell’onorevole di destra Angela Napoli, che l’ha presentata il 7 maggio 2009 al ministro della Giustizia Angelino Alfano. Tutto qui. Nulla più di questo dalla Calabria che si indigna contro Antonello Venditti (che ha avuto, per quanto mi riguarda, il pregio di aver detto la verità, come ho scritto nel post del 9 ottobre).
Credete che Alfano abbia risposto? Ma va la…Mi consenta: ha cose ben più importanti da fare, cribbio…
In compenso a Crotone, da Bruni, sono arrivati gli ispettori ministeriali e sulla loro recente visita non si sa assolutamente nulla.
La situazione è esplosiva al punto che l’8 settembre i sindacati provinciali della Polizia di Stato si sono rivolti per l’ennesima volta alle Istituzioni e alla magistratura per capire che fine farà un procuratore che non sta solo mettendo alla gogna (cosa per loro infinitamente meno sopportabile della galera) criminali e imprenditori mafiosi (con i loro portafogli gonfi di milioni), ma sta soprattutto sta scavando sui rapporti tra “politica mafiosa” e “mafia politica”.

IL NODO DELLA POLITICA: LE DICHIARAZIONI DI LOIERO AGAZIO

E proprio qui sta il nodo.
Bruni – senza una sollevazione della società civile regionale e della Politica nazionale (ammesso che esista ed infatti avrete notato che l’ho scritto con la P maiuscola) è destinato a rammendare nel futuro prossimo le toppe delle inchieste che gli affideranno, auspicabilmente sempre più lontane dagli intrecci mafia-politica.
Del resto molti di voi sapranno che Bruni – per un periodo - si occupò anche di Why Not (si vedano su questo blog i post che richiamano le attività del magistrato del 24/10/2008, dell’11/, del 23/6, del 17/7, del 23/7 e del 29/7 2009).
Ebbene Loiero Agazio, “nonno Agazio” come lo ha descritto la Gazzetta del Sud in un’indimenticabile e imperdibile intervista dell’8 luglio (si veda da ultimo il mio post del 9 ottobre sull’argomento), sempre prodigo, come vedremo, di amorevoli slanci per gli amici della stessa famiglia, ecco come si pronunciò nei confronti del Pm Pierpaolo Bruni il 6 febbraio 2008 con un tempestivo comunicato stampa ancora oggi godibile (http://www.regione.calabria.it/) :
''Stamattina, intorno alle 7, una decina di carabinieri si sono presentati nella mia casa di Roma con un decreto di perquisizione. Contemporaneamente - dice Loiero - altri militari si sono recati presso la mia abitazione di Catanzaro e negli uffici della Regione Calabria sia a Catanzaro che a Reggio. Solo attraverso il decreto consegnatomi sono venuto a conoscenza di cosa si tratti: l’inchiesta Why Not, aperta due anni fa e nella quale, dopo Prodi e Mastella, faccio ingresso anch'io. A parte il trauma di vedere i militari frugare tra le mie cose più intime in maniera generalizzata (hanno preso di tutto senza un mandato o una direttiva precisa), non riesco a perdere la serenità. Convinto come sono che emergerà la mia totale estraneità ai fatti che mi vengono contestati. Fatti vaghi: si fa riferimento a presunti finanziamenti che avrei ottenuto durante la campagna elettorale del 2005 in cambio di favori. Ma nel capo d'imputazione di quei favori non c’è alcuna traccia. C’è semmai prova del contrario: nelle intercettazioni telefoniche di Saladino lo stesso lamenta proprio l'atteggiamento estremamente rigido che io avevo assunto nei confronti dei giovani di Why Not. Mi sembra quindi chiaro che le perquisizioni di oggi solo in apparenza sono finalizzate a trovare prove degli assunti favori, mentre nella sostanza è evidente che hanno lo scopo di mettere sotto la lente di ingrandimento la mia intera attività politica. Cosa - aggiunge Loiero - della quale tra l'altro sono contento non avendo assolutamente nulla da nascondere. D’altra parte capisco che i magistrati di Catanzaro che mi hanno indagato, Pierpaolo Bruni e Alfredo Garbati, non potevano che agire così: non potevano cioè che essere più realisti del re. Basti ricordare che l’ex pm De Magistris, inizialmente titolare dell'inchiesta, ha denunciato presso la Procura di Salerno i seguenti magistrati: l'avvocato generale dello Stato Dolcino Favi, che ha avocato l'indagine; il precedente procuratore generale della Corte d'appello di Catanzaro, dott. Pudia; l'ex procuratore della Repubblica di Catanzaro e quello attuale, Lombardi e Murone; il presidente del Tribunale della libertà, Rinardo; il sostituto procuratore generale della Corte d'appello, D'Amico; l'ex presidente di sezione della Corte d'appello, Baudi, nonchè diversi appartenenti alle forze dell'ordine. Insomma nel palazzo di giustizia di Catanzaro il clima è tutt'altro che sereno e purtroppo per me chi oggi ha in mano il procedimento non può che essere condizionato di riflesso da questo clima. A questo punto però mi auguro fortemente che l'esito della perquisizione, certamente per me positivo, segni l'ultimo passaggio di quest’inchiesta. Infine - conclude Loiero - una riflessione: sono già stato indagato da De Magistris in un’altra inchiesta per la quale lo stesso magistrato mi aveva assicurato in presenza del suo procuratore capo e del mio avvocato che avrebbe chiuso le indagini nel giro di quindici giorni. In verità la chiusura è avvenuta dopo un anno circa e con la richiesta di rinvio a giudizio. Lungo questo interminabile arco di tempo sono stato demonizzato da più parti da figure istituzionali ma anche da imputati di omicidio e furfanti vari. Con riflessi inimmaginabili sulla Regione. Quando un giorno, spero non lontano, risulterò anni luce lontano dagli addebiti che mi si attribuiscono, chi mi potrà mai risarcire e chi soprattutto risarcirà la mia difficile regione?''.

CIAO CIAO ALLE INDAGINI DI BRUNI

Bruni e Garbati sono stati “più realisti del re, condizionati dal clima…”. Senza parole. Sono senza parole.
Morale: ciao ciao Why Not per Bruni e la Procura di Catanzaro (ma guarda te i casi della vita), sta ancora spremendo le meningi sul futuro degli indagati (sono un centinaio) che attendono di sapere se saranno o meno rinviati a giudizio. Ma ci sono le regionali che si avvicinano…Le elezioni, come la notte, portano consiglio a tutti…
Dopo di allora, mai più da parte di Loiero Agazio e dai suoi sodali, una nota ufficiale sul sito della Regione verso un Pm al quale sono stati sottratti processi vitali per scardinare il marcio della vita calabrese, che in questi sei mesi – nel totale silenzio dell’organo di autogoverno della magistratura, delle correnti e correntine della magistratura stessa, della politica parolaia, della Procura generale di Catanzaro e della stessa Procura nazionale antimafia – si sono andate a far benedire.
Si avete letto bene: in questi sei mesi chi aveva interesse ha potuto inquinare come e quando ha voluto le prove di processi che non si sa (ufficialmente) neppure in quali mani siano stati ora affidati.

GAETANO OTTAVIO BRUNI SIEDE ALLA DESTRA
DEL PADRE (POLITICO)

Mentre questo accade da mesi, Loiero Agazio (che, poffarbacco, come auto-dichiara alla stampa ha tutte le carte in regola per ripresentare la sua faccia agli elettori calabresi nel 2010) tiene al futuro di Bruni. No, non Pierpaolo. Che pensate! Ottavio Gaetano Bruni.
Costui fino al 26 luglio 2008 è stato “responsabile dell’Unità organizzativa della presidenza della Giunta” (boh!).
Quel giorno – travolto da un doloroso scandalo familiare che, per estremo rispetto non ricordo qui, perché non sono uno sciacallo ma un giornalista padre di famiglia – diede le dimissioni ricordando in una lettera spedita a Loiero (che l’ha tempestivamente pubblicata sul sito della Regione) che “…in tanti anni di militanza politica con ruoli istituzionali anche importanti alle spalle – sono stato prima assessore e poi due volte presidente della Provincia di Vibo – non sono mai stato sfiorato, in un territorio difficile come quello calabrese, da un avviso di garanzia. ..se mi dimetto lo faccio solo per evitare strumentalizzazioni politiche ai tuoi danni proprio nel momento in cui la regione da te guidata sta compiendo uno sforzo straordinario per lasciarsi alle spalle i grandi problemi ereditati dal passato”. “Sono vicino a Bruni – ha commentato contrito il Presidente-pubblicista Loiero Agazio - che ha svolto un ottimo lavoro, in silenzio e senza quel clamore che per natura non ama. Adesso gli è scoppiato un dramma familiare a cui mi sento con solidarietà e amicizia vicino. Ha deciso di dimettersi per evitare strumentalizzazioni ai miei danni ed ai danni della giunta che presiedo. Anche di questo lo ringrazio”.
Fine della prima puntata. Va però ricordato che Bruni (Gaetano Ottavio) fu chiamato in quel ruolo perché aveva volontariamente abbandonato – dopo uno straordinario balletto di tiro, ritiro, busso, ribusso, mamma ciccio mi tocca, toccami ciccio che mamma non vede, lascio e raddoppio – il posto di presidente della Provincia con la promessa (tradita) di essere candidato alle politiche. Questo politico poteva essere lasciato fuori dai giochi della politica calabrese? No, ed ecco allora la mossa paterna di Loiero Agazio: prego, figliolo, accomodati alla mia destra. Per ora vicino, poi, più in là, “vicino-vicino”.
E infatti di lì a poco, e trascrivo fedelmente dal “Giornale” del 16 ottobre, “…lo stesso giorno in cui la procura di Vibo Valentia invia un avviso di garanzia a Ottavio Bruni, ex presidente della provincia omonima, Loiero lo piazza sulla prestigiosa poltrona di capo di gabinetto, tralasciando il fatto che l’indagine riguarda l’alluvione di Vibo del luglio 2006 che sconquassò la città provocando tre morti. A Bruni si contesta l’inondazione colposa, il danneggiamento colposo e l’omissione di atti d’ufficio. I fatti addebitati a Bruni, secondo i pubblici ministeri calabresi, sarebbero stati il prodotto di «negligenza e imperizia» per non aver messo in sicurezza le reti infrastrutturali nei punti di criticità individuati dal Piano per l’assetto idrogeologico e per non aver designato il funzionario responsabile”.
E’ chiaro che prima della chiamata alla destra del padre (politico), al fedelissimo (che nega ogni addebito) non era stato risparmiato un incarico di prestigio: presidente del Consorzio per lo sviluppo industriale, che tra le altre cose dovrebbe gestire i finanziamenti post-alluvione.
Sui quei finanziamenti, la solita Angela Napoli in una lettera inviata il 9 ottobre al ministro dell’Economia Giulio Tremonti, aveva invitato a vigilare, visti gli appetiti famelici delle luride cosche vibonesi.
Del resto che volete cari lettori – e riporto un articolo del quotidiano “Il Foglio” del 1° marzo 2006 - “…Loiero considera Ottavio Bruni una macchina da guerra elettorale che vale il 62% dei voti locali”. Più o meno 20mila voti. Caspita se servono ora che le elezioni regionali si avvicinano e con esse la pugna e la singolar tenzone…

RICORDATE LA DOTTORESSA MANZINI? ….ADDIO POOL ANTIMAFIA

Mentre i due Bruni vivono questa vita parallela destinata (per ora) a non incontrarsi, in Calabria accade anche altro. Si viene storditi e distratti da film e premi. Pane et circenses, anche se in Calabria spesso il pane manca. I giochi del circo, il divago che stordisce e che fa parlare una pubblicistica (che non considero giornalismo) lontana dai miei valori, invece non mancano.
Il film è quello di Wim Wenders, “Il Volo”, un corto di 8 minuti presentato dalla Giunta regionale con gioia e gaudio il 7 settembre, visto che parlerà di immigrazione, dell’accoglienza e dell’ospitalità del popolo calabrese (sulla quale moltissimo ci sarebbe da discutere, fuori dalle ipocrisie).
Il popolo calabrese – alle prese con disoccupazione, malasanità, malapolitica, ‘ndrangheta, ambiente devastato, scuola arretrata, sviluppo industriale inesistente, turismo affossato, caporalato, fondi Ue rubati, burocrazia devastante eccetera eccetera eccetera – non vede l’ora di assistere allo spettacolo.
Il film – ne sono certo: sarà indimenticabile e rappresenterà una pietra miliare nella filmografia cosmica - costerà circa 184 mila euro, con la Regione coproduttrice con 70mila euro. Questo film che ancora non esiste, vista la nullità galoppante del giornalismo, professione alla quale sempre più mi vergogno di appartenere, si è imposto sui media nazionali molto, ma molto più della vicenda Bruni. Calmi, c’è un motivo: Bruni per Wim Wenders non è fotogenico…Ha preferito Ben Gazzara.
I premi, invece, sono quelli che riguardano “nonno Agazio” (copyright indegnamente rubato alla Gazzetta del Sud). A lui, pensate, è andato – e lo dico rispettando al massimo la memoria della persona - il Premio “Vincenzo Restagno”, assegnato dal presidente del Circolo “Paleaghenea” Mario Maesano. “Significativa – si legge nel comunicato stampa, pubblicato forse come pietra miliare della storia calabrese sul sito della Regione il 24 ottobre 2009 - anche la motivazione. Ad Agazio Loiero in quanto gentiluomo della politica, esempio di concretezza, efficienza e risolutezza della pubblica amministrazione che ha saputo coniugare impegno e spirito di servizio. Artefice della crescita del Mezzogiorno degli ultimi anni, è stato promotore di eccellenti iniziative volte allo sviluppo della Calabria”.
Il presidente Loiero Agazio si è detto particolarmente emozionato perché “è il primo premio che ricevo”. C’è sempre una prima volta.
Io non ho parole. E non voglio averne. Commosso, mi asciugo le lacrime e vi racconto che mentre questo accade in Calabria, il sostituto procuratore antimafia della Dda di Catanzaro con delega per Vibo Valentia (ma guarda tu le coincidenze…), Marisa Manzini, dal 10 ottobre ha lasciato volontariamente l’incarico dopo 6 anni e ha chiesto (e ovviamente ottenuto con gioia di molti) di essere aggregata alla tranquilla Procura regionale di Catanzaro. Poteva restare al suo posto per altri 4 anni ma non ha voluto (e potuto…).
Manzini ha messo sotto scacco le cosche vibonesi (Mancuso, Lo Bianco, Bonavota, Fiarè, La Rosa, Anello e Soriano) conducendo storici processi ma tutto questo non le è bastato ad evitare una incredibile interrogazione parlamentare presentata il 1° ottobre 2008 dal senatore del Pdl Giuseppe Menardi da…Cuneo (si veda il mio post pubblicato il 23 novembre 2008).
Il politico coi baffi in pratica chiedeva di conoscere dal solito Alfano se la pm Manzini fosse collusa con la ‘ndrangheta. Una cosuccia da ridere tanto che chiedevo – me tapin tapinello – al ministro Alfano di rispondere subito al senatore e con lui all’Italia intera, perché delle due l’una: o Manzini è un valido magistrato antimafia o, se è collusa, va cacciata a calci nel sedere e magari processata, condannata e messa alla gogna.
Risposte del ministro all’Italia: zero. E così – nonostante un sollecito dossier di fuoco spedito da Manzini ad Alfano su questa polpetta cuneese avvelenata – la Manzini stessa, azzardo io, ha più o meno ragionato così: sapete che c’è? Annatevene tutti a quel paese, lascio la Dda e andate avanti voi a lottare contro i mulini a vento.
La solita Angela Napoli, dopo aver presentato un’interrogazione parlamentare su Manzini già il 25 giugno 2008 (http://www.angelanapoli.blogspot.com/) chiedendo ai ministri dell’Interno e della Giustizia il motivo dell’isolamento del magistrato, ne ha presentata un’altra il 14 ottobre 2009.
Questa volta la cosa è più grave perché oltre a chiedere conto dell’allontanamento di Manzini, la parlamentare chiede anche di sapere per quale motivo, dal 2007, nella provincia di Vibo Valentia devastata dalla potenza delle ‘ndrine, della malapolitica e dei grembiulini sporchi, sia stato di fatto smantellato un pool antimafia che poteva contare su alcune eccellenze investigative ed inquirenti: ad esempio, oltre ovviamente a Manzini, il capo della squadra mobile Rodolfo Ruperti (ora a Caserta), il suo vice Fabio Zampagliano e un generale dei Carabinieri.
Vale qui per Manzini il ragionamento che Napoli ha fatto a proposito del pm Bruni, allorchè denunciava che la sua estromissione dall’organico “peraltro già striminzito, della Dda di Catanzaro, è sicuramente un atto che svilisce la bontà del contrasto alla criminalità organizzata, ed appare, ad avviso dell’interrogante, un segnale di incoraggiamento al sistema di malaffare, corruzione e collusione che imperversa in Calabria”.
Ma del resto di cosa si deve preoccupare la Calabria? Sta o non sta per spiccare “Il Volo” con Wim Wenders? Sì, un volo a precipizio. Inarrestabile. Oltre il baratro.
roberto.galullo@ilsole24ore.com

lunedì 26 ottobre 2009

La risoluzione dell'APM sulla criminalità organizzata nel Mediterraneo e sulle Navi dei veleni

L’on. Angela Napoli (PDL) ha partecipato, quale delegata italiana, ai lavori dell’Assemblea Parlamentare del Mediterraneo (APM) che si sono svolti ad Istanbul dal 23 al 25 ottobre 2009.
Nel corso dei lavori è stata approvata all’unanimità la risoluzione sulla criminalità organizzata nel Mediterraneo predisposta dall’On. Napoli nella sua qualità di relatrice dell’argomento.
La risoluzione nelle premesse ha ribadito che la lotta contro la criminalità organizzata è un elemento importante per il perseguimento della pace e della stabilità politica nel Mediterraneo, considerato che le organizzazioni criminali rappresentano una seria sfida per i Paesi del Mediterraneo ed una vera minaccia al commercio regionale e mondiale. La maggior parte dei Paesi rivieraschi del Mediterraneo sono diventati aree di transito di persone e merci dirette verso l’Europa continentale. Il crimine organizzato ha ormai aumentato ogni tipo di attività illecita, dal traffico di droga e armi a quello di esseri umani, dalla prostituzione e pedofilia al traffico di sostanze tossiche, riciclaggio di denaro, opere d’arte trafugate, articoli contraffatti, pirateria moderna, crimine informatico.
Pertanto l’APM ha stabilito di invitare tutti i Parlamenti nazionali ad ospitare seminari/conferenze/gruppi di lavoro sulla criminalità organizzata, a livelli sia nazionale che regionale, per valutare le tendenze più recenti e le misure/rimedi esistenti nella lotta contro le attività criminali e per favorire lo scambio di esperienze laddove la criminalità è stata contrastata con successo.
Ed a tal proposito l’on. Napoli ha ribadito la bontà della legislazione antimafia italiana, nonché i recenti successi dell’attività di contrasto alla criminalità organizzata, conseguiti dalle Forze dell’Ordine e dalla Magistratura del nostro Paese.
L’APM ha, altresì, stabilito di concentrare il lavoro futuro su un numero limitato di crimini di natura transfrontaliera in modo da accrescere la consapevolezza ed apportare soluzioni a tali specifiche questioni a livello regionale.
Nell’ambito di tale lavoro futuro l’APM ha accolto, all’unanimità, la proposta della relatrice on. Angela Napoli, di approfondire il grave problema delle imbarcazioni cariche di scorie che sarebbero state affondate in tutto il Mediterraneo ad opera della criminalità organizzata, problema che ha subito destato l’attenzione e l’interesse di tutte le delegazioni parlamentari presenti ai lavori dell’APM.

On. Angela NAPOLI
Componente Commissione Nazionale Antimafia

Roma, 26 ottobre 2009

mercoledì 21 ottobre 2009

La replica al testimone di Giustizia Grasso

Leggo dell’invito rivoltomi dal Testimone di Giustizia, Grasso e la di lui moglie Franzè, relativo allo smantellamento del pool investigativo e giudiziario antimafia a Vibo Valentia, e che ritiene il mio intervento tardivo. Pur comprendendo il grande disagio vissuto da Grasso, nello status di testimone di giustizia, ho il dovere di ricordare che forse sono stata l’unica parlamentare calabrese ad aver sempre denunziato la presenza della criminalità organizzata nella provincia di Vibo Valentia e la disattenzione che su tale presenza c’è stata da parte di alcune Istituzioni, al punto da prendermi anche alcune querele e minacce di ogni genere. Piuttosto non mi risulta che analoghe denunzie siano state fatte dai parlamentari di quel territorio. Tanto più voglio ricordare a Grasso di essere più volte precedentemente intervenuta , persino con una relazione approvata all’unanimità dalla precedente Commissione Parlamentare Antimafia, per cercare di sollevare e risolvere i punti di criticità che vessano i testimoni di giustizia; così come sono intervenuta per cercare di aiutare a garantire la protezione dovuta alla validissima dottoressa Marisa Manzini. Forse Grasso avrebbe dovuto rivolgere il suo invito a quei politici ed a quelle lobby che hanno preteso ed hanno ottenuto lo smantellamento da Vibo Valentia di tutti quei rappresentanti delle Istituzioni che avevano avviato un duro contrasto alla locale criminalità organizzata. Fermo restando che, pur continuando ad essere sinceramente riconoscente a coloro che negli anni passati hanno profuso il loro lavoro di contrasto al crimine in maniera esemplare, non mi sento di precludere la fiducia nei confronti di tutti i rappresentanti delle Istituzioni e delle Forze dell’ordine di Vibo che attualmente continuano nella loro attività, ben consapevoli di dover infrangere quella cappa di collusione, malaffare e corruzione, che avvolge quella città e l’intero suo territorio provinciale.

On. Angela Napoli
Componente Commissione Parlamentare Antimafia

Ginevra, 21 ottobre 200

venerdì 16 ottobre 2009

L'articolo de "il Giornale" sul capo di gabinetto del Governatore Loiero

E Loiero sceglie un indagato come braccio destro

La magistratura lo indaga e Agazio Loiero lo nomina capo di gabinetto. Il governatore della Calabria non ha perso tempo, e lo stesso giorno in cui la procura di Vibo Valentia invia un avviso di garanzia a Ottavio Bruni, ex presidente della provincia omonima, Loiero lo piazza sulla prestigiosa poltrona tralasciando il fatto che l’indagine riguarda l’alluvione di Vibo del luglio 2006 che sconquassò la città provocando tre morti. A Bruni si contesta l’inondazione colposa, il danneggiamento colposo e l’omissione di atti d’ufficio. I fatti addebitati a Bruni, secondo i pubblici ministeri calabresi, sarebbero stati il prodotto di «negligenza e imperizia» per non aver messo in sicurezza le reti infrastrutturali nei punti di criticità individuati dal Piano per l’assetto idrogeologico e per non aver designato il funzionario responsabile. Un connubio indissolubile, quello fra Loiero e il fedelissimo capo di gabinetto. Dopo aver terminato il suo incarico alla provincia, Bruni viene nominato sottosegretario alla presidenza della Regione Calabria, ma è costretto a dimettersi in seguito a un episodio inquietante. Sua figlia Francesca, infatti, seppur mai indagata finisce invischiata nella caccia che le forze dell’ordine hanno intensificato per catturare un superlatitante della ’ndrangheta: una mattina, infatti, la ragazza viene trovata in compagnia della primula calabrese, Francesco Fortuna, considerato dai carabinieri un affiliato alla cosca Bonavota di Sant’Onofrio. Nella villa dove il fuggitivo si era nascosto insieme alla figlia del politico, vengono rinvenuti un kalashnikov, un revolver calibro 357, una carabina Winchester, un fucile a pompa a canna corta, un fucile calibro 12 semiautomatico, un migliaio di munizioni e un lampeggiante in dotazione alla forze di polizia. Bruni, sotto pressione, è costretto a dare le dimissioni. Ma Loiero non molla e nel marzo scorso lo nomina presidente del Consorzio per lo sviluppo industriale, lo stesso organo che, dopo la proroga dello stato d’emergenza per l’alluvione e per volontà dello stesso governatore, andrà a gestire parte dei finanziamenti. Così Bruni, per volontà di Loiero, gestirà i soldi per l'alluvione di Vibo nonostante sia indagato nella medesima inchiesta. «Ciò che potrebbe apparire condivisibile - osserva Angela Napoli, parlamentare Pdl, componente della Commissione antimafia - appare ora incredibile, visto che il neocapo di gabinetto è stato anche rinviato a giudizio con l’accusa di abuso d'ufficio per reati commessi durante il suo incarico di ex presidente dell’amministrazione provinciale». Ma c’è di più. Nel 2005 la giunta provinciale di Vibo dà il via libera per un viaggio a Toronto allo scopo di pubblicizzare il turismo del Vibonese. Alla trasferta partecipa un «consigliere giuridico», Patrizia Pasquin, ex presidente della sezione civile del tribunale di Vibo, arrestata poco tempo dopo e rinviata a giudizio. La Pasquin, secondo l’accusa, avrebbe messo in piedi una serie di falsi per ottenere un finanziamento pubblico per la costruzione di un villaggio turistico. Ma parte dei fondi - sempre secondo gli inquirenti - sarebbe finita nelle tasche della cosca Mancuso di Limbadi, una delle più potenti della Calabria, decimata dall’operazione antimafia «Dynasty». Bruni, da presidente, fece costituire l’ente parte civile proprio al processo Dynasty. Il suo assessore al Turismo, Giovanni Vecchio, prima delle dimissioni, era l’avvocato che difendeva Luigi, Pantaleone e Antonio Mancuso nello stesso procedimento.

mercoledì 14 ottobre 2009

Quali iniziative per il contrasto al crimine organizzato di Vibo Valentia?

Ai Ministri della Giustizia e dell’Interno

- Per sapere – Premesso che:

- la Città di Vibo Valentia ed il suo intero territorio provinciale vivono da anni sotto la cappa delle potenti cosche della ‘ndrangheta;

- grazie all’attività investigativa delle Forze dell’Ordine, nonché al proficuo lavoro del sostituto procuratore della DDA di Catanzaro, Marisa Manzini, sono stati inferti duri colpi alla principale cosca della ‘ndrangheta di quel territorio, i Mancuso di Limbadi (condannati nei giorni scorsi con sentenza della Cassazione) e alle cosche satelliti Lo Bianco di Vibo Valentia, Bonavota di Sant’Onofrio, Fiarè di San Gregorio, la Rosa di Tropea, Anello di Filadelfia e Soriano di Filandari;

- l’intenso e proficuo lavoro della dottoressa Manzini , ha anche incoraggiato civili cittadini di quella provincia a pesanti denunzie contro la ‘ndrangheta, ai quali si è resa indispensabile l’assegnazione dello status di testimone di giustizia;

- dal 10 ottobre u.s. la dottoressa Manzini è stata sottratta al suo incarico presso la DDA di Catanzaro ed è stata trasferita presso la Procura Ordinaria del capoluogo calabrese;

- purtroppo, questo trasferimento, è stato l’atto finale che ha portato, negli ultimi due anni, allo sfaldamento di un efficace ed efficiente pool antimafia;

- il tutto nel mentre sono ancora in corso importanti processi giudiziari, conseguenti ad eccezionali attività investigative, contro gli uomini delle citate cosche vibonesi;

- nel 2007 avevano lasciato il rispettivo incarico, a distanza di un mese l’uno dall’altro, il capo della Squadra Mobile di Vibo ed il suo Vice e successivamente anche un Ufficiale dei Carabinieri, tutti e tre protagonisti di importanti successi nel contrasto alla criminalità organizzata;

- ad oggi non è stato ancora designato il sostituto della dottoressa Manzini, con grave conseguenza per la proseguo dei processi contro la ‘ndrangheta:

- quali urgenti iniziative intendano assumere per i settori di competenza per garantire che venga proseguito l’importante ed efficace contrasto al locale crimine organizzato ed alle sue collusioni.

On. Angela NAPOLI

Roma, 14 ottobre 2009

sabato 10 ottobre 2009

L'intervista a il Politico.it

Il malcontento dei finiani: “Avanti così e noi potremmo andarcene”

Ottobre 9, 2009 di Redazione


Esclusiva il Politico.it. Sentite cosa ha da dire Angela Napoli, deputata Pdl proveniente da An, alla quinta legislatura e quindi non proprio politicamente di primo pelo. Sulla reazione del premier alla decisione della Consulta: «Le sentenze possono fare male ma vanno accettate. E le istituzioni si rispettano. In Parlamento - aggiunge - spesso chiamati dal Governo a pigiare solo un bottone, anche se lo stesso era avvenuto pure in precedenti legislature». Fu tra i parlamentari che si assentarono al momento del voto sul decreto economico: «Lo scudo fiscale? Risponde ad esigenze di bilancio reali, ma è ingiusto nei confronti di chi lavora e non escludo che venga sfruttato dalla criminalità. In questo partito - conclude - che non ha un progetto politico, non ritrovo più i miei valori, la mia identità. Vedremo quali scelte compiere». L’intervista è di Ginevra Baffigo.

di Ginevra BAFFIGO

Onorevole Napoli, partiamo dalla strettissima attualità: il Lodo Alfano. Cosa pensa che potrà accadere ora che la Suprema Corte si è pronunciata?
«Intanto io credo che si debba prendere atto della sentenza della Suprema Corte; è la Corte Costituzionale che ha deliberato il verdetto. A molti può non fare piacere, ma ribadisco che il pronunciamento deve essere accolto senza commenti, perché questi potrebbero ribaltarsi in maniera negativa. Ciascuno di noi può condividere o non condividere l’esito, ma ciò non significa che non occorra continuare a rispettare le istituzioni. E quando dico le istituzioni intendo che si cominci con il presidente della Repubblica. In quanto a quel che potrà accadere, penso che al momento debba proseguire l’attività dell’attuale governo e del Parlamento; e che, nell’ambito della prosecuzione dei lavori, il governo stesso debba incoraggiare il Parlamento tutto ad attuare le riforme nel più breve tempo possibile. Perché un dopo Berlusconi secondo me avrà senso solo se preceduto da adeguate riforme costituzionali. L’attività dovrà proseguire, senza iniziative che potrebbero presentarsi come rivendicative di qualcosa o di qualcuno, ma solo ed esclusivamente nell’interesse della comunità nazionale».
La sua posizione ricalca quelle assunte ieri dal presidente Fini, e segna una distanza dal premier.
«Fini per il ruolo che ha, ha assunto anche in questo caso un atteggiamento condivisibile. Io sono una semplice parlamentare, e proprio per questo mi sento assolutamente tranquilla nel dire che secondo me sono state assolutamente esasperate alcune dichiarazioni e che personalmente non le condivido nella maniera più assoluta. Così come ho detto prima, le sentenze possono far male, ma vanno accettate col massimo rispetto. E soprattutto, ribadisco, non oltraggiando le massime cariche dello Stato».
Intanto la bocciatura del lodo riapre importati processi. Qualora venisse giudicato colpevole in uno di questi procedimenti, a suo modo di vedere Berlusconi dovrebbe dimettersi?
«Questa è una decisione che dovrà prendere lo stesso presidente del Consiglio. Io lascerei tempo al tempo, senza presagire verdetti di alcun genere, perché significherebbe intervenire in quelle prerogative della Magistratura, alla quale si deve il massimo rispetto, congiunto alla fiducia. Pensare o intervenire adesso, presagendo future sentenze, mi sembrerebbe pari ad un intervento. Ed io sono rispettosa della Costituzione Italiana».
Come giudica comunque l’ipotesi di ritorno alle urne?
«Penso che non sia opportuno parlare di elezioni anticipate, potrebbero esserci tante altre soluzioni. Intanto perché credo che il cittadino italiano sia anche non preparato, ma soprattutto stanco di essere continuamente chiamato a votare. Tant’è che ad ogni elezione siamo costretti a registrare un aumento del “Partito del non voto”, lo definisco così. Proprio perché c’è questa diffusa stanchezza, da collegarsi poi alla sfiducia nei confronti del mondo politico. Un richiamo alle urne, in questo momento, potrebbe anche riportare ad una riconferma dell’attuale maggioranza, ma non mi sentirei di prospettare un risultato numerico come quello attuale. Allo stesso tempo, mi preoccupa l’ipotesi di anticipare le elezioni perchè in questo momento di grande difficoltà e confusione si creerebbe il consenso verso quei partiti che nascono dal basso, come per esempio quello di Grillo. E ciò non potrebbe che preoccupare. Ecco perché parlavo della necessità di attuare le riforme: perché andare al voto senza è un rischio enorme».
E dell’idea di un Governo di transizione presieduto magari da Gianfranco Fini, cosa pensa?
«Egoisticamente mi piacerebbe, perché riconosco nel presidente Fini una figura politica di alto profilo, una figura capace anche di mediare ed in questo momento servirebbe molto. Quindi potrei augurarlo, anche se forse non è ancora il momento».
Ma torniamo alla dialettica istituzionale. Cosa fareste di fronte ad una ulteriore forzatura di Berlusconi?
«Quella dei “finiani” non so, ma la mia posizione sarebbe di rottura. Perché le istituzioni vanno rispettate; si può non avere la stessa provenienza politica, si possono assumere posizioni diverse, ma le istituzioni vanno rispettate. Qualsiasi reazione vendicativa che possa poi scendere addirittura nel profano, non può essere accettata. Ritengo di dover ricordare a ciascuno di noi parlamentari, rappresentanti del governo, presidenti del Consiglio, che noi siamo eletti dal popolo. Il popolo ha la sua Carta costituzionale e questa va rispettata. Che si possa modificare non v’è dubbio, ma ci sono le sedi adeguate e bisogna evidenziare la volontà del cambiamento. Il dettato della Corte Costituzionale credo che sia rispettoso dell’essenza dei cittadini italiani e questo rispetto deve essere prioritario in chi ha compiti istituzionali, per altro elevati».
Non sembra esattamente la linea della Lega…
«Purtroppo è così. Però la Lega Nord riesce ad acquisire maggiore consenso perché è riuscita a preservare la propria identità, non fondendosi nel Pdl, ma coalizzandosi. In tal modo è più facile mantenere la presa tanto all’interno del Governo quanto in Parlamento e così riescono a portare a compimento quelle che sono le risoluzioni chieste dalla loro gente, del loro territorio. Cosa che poi si traduce in consenso: perché il movimento rimane l’unico a rappresentare le istanze della base. Tali pulsioni potranno essere più o meno condivisibili, ma di certo finiscono però col cozzare con quella che era l’identità di An. Perché se parliamo di mancato rispetto dell’unità nazionale, mancanza di rispetto di quelle che sono le istituzioni principali, non ci ritroviamo. Poi ci sono anche battaglie che condividiamo, mi riferisco ad esempio all’immigrazione, anche se poi loro esagerano: perché non trattano il problema dei rifugiati, delle badanti, e così via. Ci sono degli argomenti sui quali ci si potrebbe ritrovare, ma senza abbandonare quella che è la prospettiva dell’unità nazionale».
In questi mesi si è venuto a creare un dualismo interno alla maggioranza. Da un lato si è consolidato il predominio di Berlusconi e parallelamente si è sviluppato un sempre più frequente richiamo al rispetto delle istituzioni da parte di Gianfranco Fini. Come valuta la linea del presidente della Camera?
«Sono decisamente dalla parte di Fini. Non perché provengo dalle file di Alleanza Nazionale, ma perché credo che Fini abbia colto il malessere che si registra all’interno della maggioranza politica attuale. Dovuto soprattutto alla mancanza di rispetto che spesso l’attuale Governo ha avuto nei confronti del Parlamento. Pur recependo la necessità e l’urgenza di alcuni interventi governativi, sui quali non c’è che da esprimersi positivamente, è altrettanto vero che dall’inizio di questa legislatura sono state sottratte le prerogative del Parlamento. Certo, io provengo da legislature precedenti e devo lamentare analoghi comportamenti da parte dei precedenti governi. Il parlamentare spesso è stato chiamato, in particolare quello di maggioranza, semplicemente ad essere presente, a pigiare il bottone, senza essere coinvolto o, meglio, reso protagonista della decisione. Ad esempio, gli interventi emendativi ai vari decreti che sono stati presentati anche da parte dei componenti della maggioranza parlamentare, e che perciò in quanto tali non possono essere letti come ostruzionistici, e che al contrario sono chiaramente propositivi, non sono stati accolti. Così come finora non si è dato spazio all’iniziativa parlamentare. Sono giacenti numerosissime proposte parlamentari su argomenti sicuramente importanti, ma, allo stato attuale, nelle Commissioni non è nemmeno iniziato l’iter legis, proprio perché tanto le commissioni quanto l’Aula sono state impegnate dal supportare le iniziative governative».
A proposito di questo. Lei non era in aula al momento del voto sul decreto economico che ha introdotto le norme del cosiddetto scudo fiscale. Perché?
«La mia assenza è leggibile sotto tanti versi, proprio perché sono una tra le parlamentari più presenti, sia per le presenze fisiche sia per la mia attività. Open polis mi ha visto prima in una delle sue iniziative proprio per questo. Quindi è strano che io sia stata assente quel venerdì, in cui si votava un provvedimento sicuramente importante. Devo dire che l’assenza non è dovuta alla disapprovazione del contenuto del decreto legge, anche se questo, non nascondo, generava in me non poche perplessità, data anche la mia particolare attività in termini di lotta e contrasto alla criminalità organizzata. Però l’assenza è dovuta ad impegni inderogabili, non ho avuto la possibilità di partecipare al voto, ma ho comunque espresso favorevolmente il voto di fiducia».
Lo giudica quindi dannoso sotto il profilo della lotta al crimine?
«Andiamo con ordine. Partendo da una valutazione oggettiva considero di estrema importanza per l’aspetto economico della vita della nostra nazione che in questo momento di crisi rientrino i capitali, anche e soprattutto perché alla crisi si aggiungono, purtroppo, le numerosissime calamità naturali, per le quali servono finanziamenti. L’obiettivo della legge non può perciò che essere valutato positivamente. Se poi però lo si confronta con l’aliquota del 5%, che viene imposta attraverso lo scudo fiscale, sul rientro di questi beni illeciti, nel senso che sono stati trasferiti all’estero per chi sa quanti anni, pensare che un lavoratore italiano vede sottoposto il suo reddito ad un’aliquota sicuramente maggiore, crea non poche perplessità. Così come non nascondo, e vengo alla sua domanda, che dietro questo rientro ci possano essere dei capitali sicuramente illeciti, portati all’estero da parte della criminalità organizzata, ripuliti al di là del confine, per poi tornare così in Italia. Certe condizioni potrebbero far gola anche alle organizzazioni criminali e perciò le mie perplessità ci sono. Ma non sono queste che hanno determinato la mia assenza».
Ci conferma che si tratta di una sensibilità diffusa tra le fila dei parlamentari Pdl che si riconoscono in Fini?
«Senz’altro. Per quel che riguarda i “seguaci di Fini”, io non posso definirmi che così, ritengo però che debbano essere guardati non come coloro i quali seguono Fini con vago qualunquismo, o per una vecchia appartenenza. Lo seguono, o lo seguiamo, perchè è proprio nella logica di chi vuole ragionare. Io ho sempre avuto grande rispetto di Fini e credo che lo stesso in questo momento stia facendo benissimo il suo compito di presidente della Camera, anche alle volte dimostrando apparentemente di assecondare l’opposizione, ma di fatto non è così. E’ giusto che un presidente di una delle Camere sia al di sopra delle parti, che poi esprima il proprio pensiero su alcuni provvedimenti mi sembra lecito, e quindi non esecrabile per questo. Se poi quello che esprime non viene condiviso da alcuni… insomma siamo in democrazia!».
A suo modo di vedere il presidente della Camera proseguirà per questa strada anche a costo di rompere con il premier?
«Ma Fini ha un compito: è il presidente della Camera dei Deputati. Non può far prevalere la volontà del premier rispetto a quella del regolamento del Parlamento. Quando il presidente Fini ha fatto i suoi richiami sulle regole parlamentari, lo ha fatto appunto nel rispetto dell’istituzione del Parlamento, che non può che essere rispettata. Certo, la dialettica è giusta, ma è inimmaginabile pensare che tra i due confronti ci debba essere un vincitore ed un vinto. Credo che in questo momento Fini stia facendo bene il suo lavoro, Berlusconi piuttosto dovrebbe scendere un po’ più dal suo piedistallo e capire qual’è il ruolo del Parlamento, condividendo quelle che sono le prerogative delle Camere. Penso che se questo accadesse non si potrebbe parlare né di futuri scenari occulti né di vincitori o vinti, ma semplicemente di riconoscenza nei confronti di una delle più importanti istituzioni della nostra nazione».
Parliamo invece degli scenari occulti. Il grande centro come è visto da voi finiani?
«Questa è una cosa sulla quale bisognerebbe tanto meditare. Io sono convinta che l’Italia abbia necessità di consolidare il bipolarismo, ma non il bipartitismo. Allo stato attuale questo consolidamento rischia di non avvenire, perché da una parte e dall’altra si tende di più a ricercare il bipartitismo, che fa disperdere le identità. In questo modo con molta probabilità potrebbe nascere di nuovo il grande centro. E’ una questione di responsabilità dei grandi partiti, tanto nel centrodestra come nel centrosinistra. Se all’interno delle due grandi coalizioni si desse la possibilità di far emergere di più le rispettive identità, forse potremmo evitare questa rinascita del centro. Ma se così non fosse potrebbe essere nelle cose, anche se capisco che la nascita di un terzo polo rischierebbe di non metterci al passo con le altre nazioni europee. Bisognerebbe evitarlo, ma per fare ciò anzitutto vanno individuate le strategie. In questo momento, in tutta sincerità, non mi sembra che ci sia, anche dalla parte opposta, questa volontà. C’è la tendenza a creare due partiti, che presto diventano i partiti dei due presidenti, che ovviamente non lasciano spazio alla base. Ora come ora, quelli che sono i miei valori, la mia identità, non li ritrovo all’interno del Pdl, e questo mi crea agitazione. Un’agitazione tale da potermi portare a fare delle scelte in nome dei miei valori e di quelle che sono state le mie battaglie, che non mi sento di tradire. Sono delle scelte di fronte alle quali ci vorrà la massima oculatezza, ma che ognuno di noi farà. Sono alla quinta legislatura e pur capendo il momento, non posso tradire la mia identità».
Per concludere, sul piano invece dell’organizzazione, il Pdl è ancora così distante dalla struttura-partito che voi di An chiedete dall’inizio?
«Molto distante, e priva di democrazia. Di fatto non c’è un’organizzazione in questo momento. Ma era qualcosa da presupporsi. Io ero stata molto critica nella fase di costituzione, perché, anticipando il mio pensiero su quanto sarebbe poi accaduto, non condividevo la fusione attraverso quote. Un partito politico dovrebbe nascere improntato su valori, su progetti, ed è a questi che bisognerebbe aderire, non attraverso un meccanismo di quote. Perché poi si finisce automaticamente per creare correnti interne al partito stesso, che sono sempre destabilizzanti e non aiutano a realizzare quel progetto, che a mio aviso si rende indispensabile. Perché così com’è stato costituito il Pdl, in mancanza di progetto ma non di quote, è diventato un partito che semplicemente asseconda quelle che sono le volontà del governo, ma non è propulsivo per lo stesso. Mentre un partito dovrebbe essere propositivo e non dovrebbe ritrovarsi, come allo stato attuale, solo ad assecondare le volontà del suo leader, tra l’altro talvolta condivisibili, talvolta no. E io mi sento estranea in un partito in cui non riesco a cogliere il progetto politico».

Ginevra Baffigo