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giovedì 4 dicembre 2008

Ferimento Antonino Laganà: primo segnale di Giustizia

L’individuazione e l’arresto di Leonardo e Antonino Foti, accusati di essere i presunti mandanti del tentato omicidio di Francesco Borrello, sono certamente un primo segnale di giustizia che viene dato al piccolo Antonino Laganà di Melito Porto Salvo, coinvolto drammaticamente nella sparatoria del 6 giugno 2008, ed ai suoi familiari.
Formulo vive congratulazioni al Cap. Onofrio Panebianco ed agli uomini della Compagnia dei Carabinieri di Melito Porto Salvo, per la grande capacità investigativa evidenziata di fronte all’omertà che ha coinvolto tutti dopo il grave episodio.
Adesso, però, reputo necessaria la testimonianza dei cittadini melitesi, almeno di coloro che si trovavano sul luogo dove è avvenuta la sparatoria. Nessuno può più essere reticente rispetto alla necessità di individuare il killer spietato che nella sparatoria ha messo a repentaglio la vita dell’innocente piccolo Antonino.

On. Angela NAPOLI
Componente Commissione Nazionale Antimafia

Roma, 4 dicembre 2008

lunedì 9 giugno 2008

Isoliamo chi delinque e mette a repentaglio la vita degli innocenti

Ritengo che non ci siano parole idonee ad esprimere lo stato d’animo che regna in ciascuno di noi di fronte al dramma che ha coinvolto il piccolo Angelo di Melito Porto Salvo, ma soprattutto credo che non ci siano parole sufficienti a lenire il dolore e l’ansia dei suoi genitori.
Non possiamo più, però, fare appello agli attestati di solidarietà o alle fiaccolate, occorre davvero grande senso di responsabilità. Ciascun cittadino calabrese ha il dovere morale di sostituirsi ai genitori del piccolo Angelo e chiedersi in che modo avrebbe potuto evitare quanto è accaduto. Dovremmo chiedere a ciascuno di noi se è stato fatto tutto per evitare di appartenere ad una società che di senso “etico e civile” ha ben poco. Dovremmo chiederci cosa abbiamo fatto fino ad oggi per evitare che nelle nostre strade si spari all’impazzata, senza nemmeno più il rispetto dovuto agli innocenti bambini.
Per troppo tempo la Calabria ha vissuto di assistenzialismo, di clientelismo, di giustizia “fai da te”. Le pagine della storia calabrese sono state scritte all’insegna dell’odio quotidiano, del disprezzo della vita umana, dell’illegalità diffusa, dell’omertà pregnante e dell’egoismo personale.
Di fronte al dramma di questi giorni, non sono più sufficienti né le sole preghiere né il richiamo allo Stato; occorre cambiare radicalmente cultura, occorrono responsabilità, sentimento ed orgoglio di appartenenza civile, occorre saper isolare chi delinque e chi pone a repentaglio persino la vita degli innocenti.
Noi calabresi non possiamo più “delegare”, abbiamo il dovere di unirci e di riuscire a dimostrare con orgoglio di appartenere ad una Regione dove prevalgono legalità e sicurezza.
On. Angela Napoli

L'intervista all'On. Angela Napoli su Il Tempo

9 giugno 2008
Lo Stato «E’ impossibile penetrare nella struttura familiare della ‘ndrangheta»

Parla Angela Napoli (Pdl) eletta in Calabria


«C’è la garanzia dell’impunità»

Leggi «In Italia sono troppo permissive»

Fabio Perugia
f.perugia@iltempo.it

Vive sotto scorta da cinque anni. Angela Napoli , deputata del Pdl eletta in Calabria, la ‘ndrangheta la combatte ogni giorno. Conosce la composizione dei clan, la psicologia dei boss. Conosce il terrore che incute nelle menti dei calabresi.
- Onorevole, qualche giorno fa qualcuno ha sparato a un bimbo davanti a decine di persone. Possibile che nessuno abbia visto?
«La malattia della Calabria è che la gente non parla: questa è la causa della crescita della ‘ndrangheta. Questa organizzazione è la più pericolosa e pervasiva ormai in tutto il mondo».
- Può spiegare qual è la sua forza?
«Ha un enorme potere finanziario e una grande capacità di rigenerarsi. C’è l’ala militare, ma anche quella nelle istituzioni. Sono dentro il Palazzo, magari con 2 o 3 lauree: gestiscono il potere».
- Il quartier generale è sempre in Calabria?
«Le cosche madri sono lì. Ma ormai le “sedi” sono in tutta Italia ed Europa, anche se mantengono i rapporti con le “sedi” originarie. Guardate la strage di Duisburg: erano tutti di S. Luca».
- Dove svolgono oggi la maggior parte delle attività?
«All’estero, perché lì gestiscono meglio gli affari, i traffici e in particolare il riciclaggio. In Germania, per esempio, non c’è una legislazione ottimale per colpire un’organizzazione così. In ogni caso è in tutto il contesto europeo che non ci sono leggi valide».
- L’organizzazione dove si è spostata in questo anni?
«Germania, Francia, Spagna, Belgio, tutti i Paesi dell’Est. A Bruxelles hanno interi quartieri».
- Perché i Calabresi non danno cenni di reazione? In Sicilia qualcosa si è mosso.
«E’ diverso. La ‘ndrangheta non ha quasi mai accesi i riflettori contro. La gente per strada ha paura. Qui prevale il criterio dell’omertà che non porta le persone a reagire. E lo Stato non riesce ad intervenire. La strutture della ‘ndrangheta non permette la penetrazione. I pochi esempi di chi ha provato a combatterla non sono incoraggianti. Mi faccia denunciare una cosa».
Prego.
«C’è un eccessivo garantismo. Le leggi sulla criminalità organizzata sono troppo permissive. I boss entrano ed escono dal carcere. C’è la garanzia dell’impunità».