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giovedì 26 aprile 2012

Accertare la verità su "trattative" per la cattura di Provenzano


Alla luce delle notizie relative alla cattura di Bernardo Provenzano, apparse negli ultimi giorni sui quotidiani “Unità” e “Calabria Ora” e sul blog “Guardie o ladri” di Roberto Galullo de “Il sole 24 Ore”, ho inviato una richiesta scritta al sen. Giuseppe Pisanu, Presidente della Commissione Parlamentare Antimafia.
La richiesta, che sicuramente verrà esaminata nel prossimo Ufficio di Presidenza della Commissione, tende a far diventare oggetto di indagine il “mistero” celato dietro la cattura del noto boss di Cosa Nostra.
Mi sembra, infatti, necessario che le vicende legate alla cattura di Bernardo Provenzano, debbano essere inserite nell’inchiesta relativa alle “stragi del ‘92” , in atto parte integrante del lavoro della Commissione Parlamentare.
Ho ritenuto, altresì, di specificare che la richiesta, da me inviata, in data odierna, non ha lo scopo di inserirsi nel contenzioso esistente in atto tra i Procuratori Pignatone e Cisterna, ma solo quello di accertare la veridicità o meno in merito alla “trattative per la cattura di Provenzano”.

On. Angela NAPOLI
Componente Commissione Parlamentare Antimafia

Roma, 26 aprile 2012

martedì 27 ottobre 2009

Pierpaolo Bruni e Marisa Manzini: il post di Roberto Galullo dal blog de Il Sole 24 ore

Storie parallele in Calabria: i due Bruni e pool antimafia a pezzi ma... per fortuna si vola con Wim Wenders!

C’è Bruni e Bruni. E non pensate a Carla. Lei in questa storia non c’entra.
Eh sì perché la Calabria e l’Italia onesta sanno a malapena che a un Bruni - il Pm Pierpaolo – stanno facendo da anni terra bruciata intorno mentre sono informate a pioggia che un altro Bruni – Gaetano Ottavio, ex mitico presidente della Provincia di Vibo Valentia – è stato scelto come capo di gabinetto dal Governatore della Regione Calabria, Loiero Agazio.
C’è Bruni e Bruni, dicevamo. Pierpaolo è obbligato (dallo Stato) a mollare la presa sulla ‘ndrangheta ed è stato isolato dallo stesso Stato, che se ne fotte tre quarti della sua vita a rischio. Gaetano Ottavio è indagato per il disastro che nel 2006 a Vibo, causa alluvione, si portò via la vita di tre persone. Ma viene fatto sedere alla destra del…governatore.

PIERPAOLO BRUNI TROVA ACCANTO SINDACATI DI POLIZIA,
UN PUGNO DI CITTADINI E SOLO L’ONOREVOLE NAPOLI

Partiamo da Pierpaolo che, come un fabbro mantovano, continua a pestare duro su cosche, massoneria deviata e malapolitica (sono sinonimi tra loro).
Le sue ultimissime indagini hanno portato alla luce l’ennesimo inquietante episodio di “grande fratello telefonico” pronto secondo l’accusa ad ascoltare tutto, depistare le indagini e arricchire la potenza di quella che l’ex Pm Luigi De Magistris chiamava (e io con lui) la “nuova P2” (si veda, da ultimo, il “Fatto quotidiano” del 16 ottobre e i miei tanti articoli dedicati sul Sole-24 Ore all’argomento, oltre alle puntate su Radio24 nella mia trasmissione “Un abuso al giorno” e ai post su questo blog il 9 febbraio, l’11 febbraio e il 23 luglio 2009). Molto, ma molto più potente della gabbia di affaristi architettata dal grande muratore Licio Gelli.
Un pm che non si arresta neppure di fronte al coinvolgimento di politici e personaggi deviati delle Istituzioni, che va per questo motivo a scovare fuori regione (si veda il mio articolo sul “Sole-24 Ore” del 16 ottobre)
Bene, a questo Pm, da fine aprile 2009, non è stata rinnovata l’applicazione alla Direzione distrettuale antimafia (Dda) di Catanzaro.
In una regione e in un Paese civile – visto che le cosche hanno progettato di farlo fuori con lanciarazzi, bazooka ed esplosivo – tutti gli uomini onesti si sarebbero alzati come un sol Uomo con un solo scudo e avrebbero gridato: “Giù le mani dal valoroso pm”.
E invece? E invece in Calabria e in Italia gli Uomini sono pochi, lo scudo è solo fiscale e il silenzio è di piombo, come quello che politici collusi, massoni deviati e ‘ndrine non vedono l’ora di piazzare nella testa di Bruni.
Resistenza civile di un centinaio di crotonesi e un’interrogazione – isolata – dell’onorevole di destra Angela Napoli, che l’ha presentata il 7 maggio 2009 al ministro della Giustizia Angelino Alfano. Tutto qui. Nulla più di questo dalla Calabria che si indigna contro Antonello Venditti (che ha avuto, per quanto mi riguarda, il pregio di aver detto la verità, come ho scritto nel post del 9 ottobre).
Credete che Alfano abbia risposto? Ma va la…Mi consenta: ha cose ben più importanti da fare, cribbio…
In compenso a Crotone, da Bruni, sono arrivati gli ispettori ministeriali e sulla loro recente visita non si sa assolutamente nulla.
La situazione è esplosiva al punto che l’8 settembre i sindacati provinciali della Polizia di Stato si sono rivolti per l’ennesima volta alle Istituzioni e alla magistratura per capire che fine farà un procuratore che non sta solo mettendo alla gogna (cosa per loro infinitamente meno sopportabile della galera) criminali e imprenditori mafiosi (con i loro portafogli gonfi di milioni), ma sta soprattutto sta scavando sui rapporti tra “politica mafiosa” e “mafia politica”.

IL NODO DELLA POLITICA: LE DICHIARAZIONI DI LOIERO AGAZIO

E proprio qui sta il nodo.
Bruni – senza una sollevazione della società civile regionale e della Politica nazionale (ammesso che esista ed infatti avrete notato che l’ho scritto con la P maiuscola) è destinato a rammendare nel futuro prossimo le toppe delle inchieste che gli affideranno, auspicabilmente sempre più lontane dagli intrecci mafia-politica.
Del resto molti di voi sapranno che Bruni – per un periodo - si occupò anche di Why Not (si vedano su questo blog i post che richiamano le attività del magistrato del 24/10/2008, dell’11/, del 23/6, del 17/7, del 23/7 e del 29/7 2009).
Ebbene Loiero Agazio, “nonno Agazio” come lo ha descritto la Gazzetta del Sud in un’indimenticabile e imperdibile intervista dell’8 luglio (si veda da ultimo il mio post del 9 ottobre sull’argomento), sempre prodigo, come vedremo, di amorevoli slanci per gli amici della stessa famiglia, ecco come si pronunciò nei confronti del Pm Pierpaolo Bruni il 6 febbraio 2008 con un tempestivo comunicato stampa ancora oggi godibile (http://www.regione.calabria.it/) :
''Stamattina, intorno alle 7, una decina di carabinieri si sono presentati nella mia casa di Roma con un decreto di perquisizione. Contemporaneamente - dice Loiero - altri militari si sono recati presso la mia abitazione di Catanzaro e negli uffici della Regione Calabria sia a Catanzaro che a Reggio. Solo attraverso il decreto consegnatomi sono venuto a conoscenza di cosa si tratti: l’inchiesta Why Not, aperta due anni fa e nella quale, dopo Prodi e Mastella, faccio ingresso anch'io. A parte il trauma di vedere i militari frugare tra le mie cose più intime in maniera generalizzata (hanno preso di tutto senza un mandato o una direttiva precisa), non riesco a perdere la serenità. Convinto come sono che emergerà la mia totale estraneità ai fatti che mi vengono contestati. Fatti vaghi: si fa riferimento a presunti finanziamenti che avrei ottenuto durante la campagna elettorale del 2005 in cambio di favori. Ma nel capo d'imputazione di quei favori non c’è alcuna traccia. C’è semmai prova del contrario: nelle intercettazioni telefoniche di Saladino lo stesso lamenta proprio l'atteggiamento estremamente rigido che io avevo assunto nei confronti dei giovani di Why Not. Mi sembra quindi chiaro che le perquisizioni di oggi solo in apparenza sono finalizzate a trovare prove degli assunti favori, mentre nella sostanza è evidente che hanno lo scopo di mettere sotto la lente di ingrandimento la mia intera attività politica. Cosa - aggiunge Loiero - della quale tra l'altro sono contento non avendo assolutamente nulla da nascondere. D’altra parte capisco che i magistrati di Catanzaro che mi hanno indagato, Pierpaolo Bruni e Alfredo Garbati, non potevano che agire così: non potevano cioè che essere più realisti del re. Basti ricordare che l’ex pm De Magistris, inizialmente titolare dell'inchiesta, ha denunciato presso la Procura di Salerno i seguenti magistrati: l'avvocato generale dello Stato Dolcino Favi, che ha avocato l'indagine; il precedente procuratore generale della Corte d'appello di Catanzaro, dott. Pudia; l'ex procuratore della Repubblica di Catanzaro e quello attuale, Lombardi e Murone; il presidente del Tribunale della libertà, Rinardo; il sostituto procuratore generale della Corte d'appello, D'Amico; l'ex presidente di sezione della Corte d'appello, Baudi, nonchè diversi appartenenti alle forze dell'ordine. Insomma nel palazzo di giustizia di Catanzaro il clima è tutt'altro che sereno e purtroppo per me chi oggi ha in mano il procedimento non può che essere condizionato di riflesso da questo clima. A questo punto però mi auguro fortemente che l'esito della perquisizione, certamente per me positivo, segni l'ultimo passaggio di quest’inchiesta. Infine - conclude Loiero - una riflessione: sono già stato indagato da De Magistris in un’altra inchiesta per la quale lo stesso magistrato mi aveva assicurato in presenza del suo procuratore capo e del mio avvocato che avrebbe chiuso le indagini nel giro di quindici giorni. In verità la chiusura è avvenuta dopo un anno circa e con la richiesta di rinvio a giudizio. Lungo questo interminabile arco di tempo sono stato demonizzato da più parti da figure istituzionali ma anche da imputati di omicidio e furfanti vari. Con riflessi inimmaginabili sulla Regione. Quando un giorno, spero non lontano, risulterò anni luce lontano dagli addebiti che mi si attribuiscono, chi mi potrà mai risarcire e chi soprattutto risarcirà la mia difficile regione?''.

CIAO CIAO ALLE INDAGINI DI BRUNI

Bruni e Garbati sono stati “più realisti del re, condizionati dal clima…”. Senza parole. Sono senza parole.
Morale: ciao ciao Why Not per Bruni e la Procura di Catanzaro (ma guarda te i casi della vita), sta ancora spremendo le meningi sul futuro degli indagati (sono un centinaio) che attendono di sapere se saranno o meno rinviati a giudizio. Ma ci sono le regionali che si avvicinano…Le elezioni, come la notte, portano consiglio a tutti…
Dopo di allora, mai più da parte di Loiero Agazio e dai suoi sodali, una nota ufficiale sul sito della Regione verso un Pm al quale sono stati sottratti processi vitali per scardinare il marcio della vita calabrese, che in questi sei mesi – nel totale silenzio dell’organo di autogoverno della magistratura, delle correnti e correntine della magistratura stessa, della politica parolaia, della Procura generale di Catanzaro e della stessa Procura nazionale antimafia – si sono andate a far benedire.
Si avete letto bene: in questi sei mesi chi aveva interesse ha potuto inquinare come e quando ha voluto le prove di processi che non si sa (ufficialmente) neppure in quali mani siano stati ora affidati.

GAETANO OTTAVIO BRUNI SIEDE ALLA DESTRA
DEL PADRE (POLITICO)

Mentre questo accade da mesi, Loiero Agazio (che, poffarbacco, come auto-dichiara alla stampa ha tutte le carte in regola per ripresentare la sua faccia agli elettori calabresi nel 2010) tiene al futuro di Bruni. No, non Pierpaolo. Che pensate! Ottavio Gaetano Bruni.
Costui fino al 26 luglio 2008 è stato “responsabile dell’Unità organizzativa della presidenza della Giunta” (boh!).
Quel giorno – travolto da un doloroso scandalo familiare che, per estremo rispetto non ricordo qui, perché non sono uno sciacallo ma un giornalista padre di famiglia – diede le dimissioni ricordando in una lettera spedita a Loiero (che l’ha tempestivamente pubblicata sul sito della Regione) che “…in tanti anni di militanza politica con ruoli istituzionali anche importanti alle spalle – sono stato prima assessore e poi due volte presidente della Provincia di Vibo – non sono mai stato sfiorato, in un territorio difficile come quello calabrese, da un avviso di garanzia. ..se mi dimetto lo faccio solo per evitare strumentalizzazioni politiche ai tuoi danni proprio nel momento in cui la regione da te guidata sta compiendo uno sforzo straordinario per lasciarsi alle spalle i grandi problemi ereditati dal passato”. “Sono vicino a Bruni – ha commentato contrito il Presidente-pubblicista Loiero Agazio - che ha svolto un ottimo lavoro, in silenzio e senza quel clamore che per natura non ama. Adesso gli è scoppiato un dramma familiare a cui mi sento con solidarietà e amicizia vicino. Ha deciso di dimettersi per evitare strumentalizzazioni ai miei danni ed ai danni della giunta che presiedo. Anche di questo lo ringrazio”.
Fine della prima puntata. Va però ricordato che Bruni (Gaetano Ottavio) fu chiamato in quel ruolo perché aveva volontariamente abbandonato – dopo uno straordinario balletto di tiro, ritiro, busso, ribusso, mamma ciccio mi tocca, toccami ciccio che mamma non vede, lascio e raddoppio – il posto di presidente della Provincia con la promessa (tradita) di essere candidato alle politiche. Questo politico poteva essere lasciato fuori dai giochi della politica calabrese? No, ed ecco allora la mossa paterna di Loiero Agazio: prego, figliolo, accomodati alla mia destra. Per ora vicino, poi, più in là, “vicino-vicino”.
E infatti di lì a poco, e trascrivo fedelmente dal “Giornale” del 16 ottobre, “…lo stesso giorno in cui la procura di Vibo Valentia invia un avviso di garanzia a Ottavio Bruni, ex presidente della provincia omonima, Loiero lo piazza sulla prestigiosa poltrona di capo di gabinetto, tralasciando il fatto che l’indagine riguarda l’alluvione di Vibo del luglio 2006 che sconquassò la città provocando tre morti. A Bruni si contesta l’inondazione colposa, il danneggiamento colposo e l’omissione di atti d’ufficio. I fatti addebitati a Bruni, secondo i pubblici ministeri calabresi, sarebbero stati il prodotto di «negligenza e imperizia» per non aver messo in sicurezza le reti infrastrutturali nei punti di criticità individuati dal Piano per l’assetto idrogeologico e per non aver designato il funzionario responsabile”.
E’ chiaro che prima della chiamata alla destra del padre (politico), al fedelissimo (che nega ogni addebito) non era stato risparmiato un incarico di prestigio: presidente del Consorzio per lo sviluppo industriale, che tra le altre cose dovrebbe gestire i finanziamenti post-alluvione.
Sui quei finanziamenti, la solita Angela Napoli in una lettera inviata il 9 ottobre al ministro dell’Economia Giulio Tremonti, aveva invitato a vigilare, visti gli appetiti famelici delle luride cosche vibonesi.
Del resto che volete cari lettori – e riporto un articolo del quotidiano “Il Foglio” del 1° marzo 2006 - “…Loiero considera Ottavio Bruni una macchina da guerra elettorale che vale il 62% dei voti locali”. Più o meno 20mila voti. Caspita se servono ora che le elezioni regionali si avvicinano e con esse la pugna e la singolar tenzone…

RICORDATE LA DOTTORESSA MANZINI? ….ADDIO POOL ANTIMAFIA

Mentre i due Bruni vivono questa vita parallela destinata (per ora) a non incontrarsi, in Calabria accade anche altro. Si viene storditi e distratti da film e premi. Pane et circenses, anche se in Calabria spesso il pane manca. I giochi del circo, il divago che stordisce e che fa parlare una pubblicistica (che non considero giornalismo) lontana dai miei valori, invece non mancano.
Il film è quello di Wim Wenders, “Il Volo”, un corto di 8 minuti presentato dalla Giunta regionale con gioia e gaudio il 7 settembre, visto che parlerà di immigrazione, dell’accoglienza e dell’ospitalità del popolo calabrese (sulla quale moltissimo ci sarebbe da discutere, fuori dalle ipocrisie).
Il popolo calabrese – alle prese con disoccupazione, malasanità, malapolitica, ‘ndrangheta, ambiente devastato, scuola arretrata, sviluppo industriale inesistente, turismo affossato, caporalato, fondi Ue rubati, burocrazia devastante eccetera eccetera eccetera – non vede l’ora di assistere allo spettacolo.
Il film – ne sono certo: sarà indimenticabile e rappresenterà una pietra miliare nella filmografia cosmica - costerà circa 184 mila euro, con la Regione coproduttrice con 70mila euro. Questo film che ancora non esiste, vista la nullità galoppante del giornalismo, professione alla quale sempre più mi vergogno di appartenere, si è imposto sui media nazionali molto, ma molto più della vicenda Bruni. Calmi, c’è un motivo: Bruni per Wim Wenders non è fotogenico…Ha preferito Ben Gazzara.
I premi, invece, sono quelli che riguardano “nonno Agazio” (copyright indegnamente rubato alla Gazzetta del Sud). A lui, pensate, è andato – e lo dico rispettando al massimo la memoria della persona - il Premio “Vincenzo Restagno”, assegnato dal presidente del Circolo “Paleaghenea” Mario Maesano. “Significativa – si legge nel comunicato stampa, pubblicato forse come pietra miliare della storia calabrese sul sito della Regione il 24 ottobre 2009 - anche la motivazione. Ad Agazio Loiero in quanto gentiluomo della politica, esempio di concretezza, efficienza e risolutezza della pubblica amministrazione che ha saputo coniugare impegno e spirito di servizio. Artefice della crescita del Mezzogiorno degli ultimi anni, è stato promotore di eccellenti iniziative volte allo sviluppo della Calabria”.
Il presidente Loiero Agazio si è detto particolarmente emozionato perché “è il primo premio che ricevo”. C’è sempre una prima volta.
Io non ho parole. E non voglio averne. Commosso, mi asciugo le lacrime e vi racconto che mentre questo accade in Calabria, il sostituto procuratore antimafia della Dda di Catanzaro con delega per Vibo Valentia (ma guarda tu le coincidenze…), Marisa Manzini, dal 10 ottobre ha lasciato volontariamente l’incarico dopo 6 anni e ha chiesto (e ovviamente ottenuto con gioia di molti) di essere aggregata alla tranquilla Procura regionale di Catanzaro. Poteva restare al suo posto per altri 4 anni ma non ha voluto (e potuto…).
Manzini ha messo sotto scacco le cosche vibonesi (Mancuso, Lo Bianco, Bonavota, Fiarè, La Rosa, Anello e Soriano) conducendo storici processi ma tutto questo non le è bastato ad evitare una incredibile interrogazione parlamentare presentata il 1° ottobre 2008 dal senatore del Pdl Giuseppe Menardi da…Cuneo (si veda il mio post pubblicato il 23 novembre 2008).
Il politico coi baffi in pratica chiedeva di conoscere dal solito Alfano se la pm Manzini fosse collusa con la ‘ndrangheta. Una cosuccia da ridere tanto che chiedevo – me tapin tapinello – al ministro Alfano di rispondere subito al senatore e con lui all’Italia intera, perché delle due l’una: o Manzini è un valido magistrato antimafia o, se è collusa, va cacciata a calci nel sedere e magari processata, condannata e messa alla gogna.
Risposte del ministro all’Italia: zero. E così – nonostante un sollecito dossier di fuoco spedito da Manzini ad Alfano su questa polpetta cuneese avvelenata – la Manzini stessa, azzardo io, ha più o meno ragionato così: sapete che c’è? Annatevene tutti a quel paese, lascio la Dda e andate avanti voi a lottare contro i mulini a vento.
La solita Angela Napoli, dopo aver presentato un’interrogazione parlamentare su Manzini già il 25 giugno 2008 (http://www.angelanapoli.blogspot.com/) chiedendo ai ministri dell’Interno e della Giustizia il motivo dell’isolamento del magistrato, ne ha presentata un’altra il 14 ottobre 2009.
Questa volta la cosa è più grave perché oltre a chiedere conto dell’allontanamento di Manzini, la parlamentare chiede anche di sapere per quale motivo, dal 2007, nella provincia di Vibo Valentia devastata dalla potenza delle ‘ndrine, della malapolitica e dei grembiulini sporchi, sia stato di fatto smantellato un pool antimafia che poteva contare su alcune eccellenze investigative ed inquirenti: ad esempio, oltre ovviamente a Manzini, il capo della squadra mobile Rodolfo Ruperti (ora a Caserta), il suo vice Fabio Zampagliano e un generale dei Carabinieri.
Vale qui per Manzini il ragionamento che Napoli ha fatto a proposito del pm Bruni, allorchè denunciava che la sua estromissione dall’organico “peraltro già striminzito, della Dda di Catanzaro, è sicuramente un atto che svilisce la bontà del contrasto alla criminalità organizzata, ed appare, ad avviso dell’interrogante, un segnale di incoraggiamento al sistema di malaffare, corruzione e collusione che imperversa in Calabria”.
Ma del resto di cosa si deve preoccupare la Calabria? Sta o non sta per spiccare “Il Volo” con Wim Wenders? Sì, un volo a precipizio. Inarrestabile. Oltre il baratro.
roberto.galullo@ilsole24ore.com

mercoledì 5 agosto 2009

Guardie o ladri: il post di Roberto Galullo dal blog de Il Sole 24 ore


La lotta alle mafie dei governi: chiacchiere e distintivo come insegnano i casi di Gioia Tauro e Fondi e... Bardellino

Ricordate Robert De Niro nella parte di Al Capone che – nel film “Gli Intoccabili” – gridava al’agente federale Eliot Ness interpretato da Kevin Costner: “Sei solo chiacchiere e distintivo. Solo chiacchiere e distintivo”?
Ebbene quelle frasi sputate da un ladro (mafioso) a una guardia (incorruttibile) mi sono venute in mente seguendo le ultime vicende che hanno contraddistinto da una parte la politica governativa e dall’altra i Comuni di Gioia Tauro (Reggio Calabria) e Fondi (Latina). L’uno sciolto per mafia e sottoposto a vicende talmente ridicole che se non fosse stato per l’onorevole Angela Napoli non sarebbero mai venute alla luce. L’altro che avrebbe dovuto esserlo ma per le nequizie e le ipocrisie della politica è ancora lì: in piedi, mentre uomini coraggiosi dello Stato vengono lasciati soli e delegittimati.
Ma andiamo con ordine, ricordando che questi sono solo due esempi. Se ne potrebbero fare molti per mettere alla berlina le chiacchiere e i distintivi. Ho scelto questi due e non certo per capriccio. Così come chiarisco subito che – ci fosse stato un Governo di diverso colore politico – non sarebbe cambiato nulla. Basta voltarsi indietro e ricordare il nulla sotto vuoto spinto contro la pervasività delle mafie dell’Esecutivo guidato dal prevosto Romano Prodi.

GIOIA TAURO: TOC TOC, C’E’ NESSUNO IN COMUNE?
SI: LA ‘NDRANGHETA


Gioia Tauro è un paesone calabrese di 18mila abitanti: un porto straordinario che non è mai decollato e tanta, ma proprio tanta ‘ndrangheta, che respiri come l’aria pura in alta quota. Ebbene, in questo Comune, sciolto recentemente per ben due volte per infiltrazioni mafiose, così come altri 5 nelle vicinanze, non esiste più neppure la commissione prefettizia straordinaria insediata a seguito dell’ultimo scioglimento, avvenuto il 24 aprile 2008. Un commissario se ne è andato il 21 luglio 2009 per motivi personali e gli altri due si sono dimessi ufficialmente per ragioni di rispetto, ma secondo la stampa locale per: “insormontabili difficoltà sulla condizione del Comune di Gioia Tauro che scaturirebbero dalla presenza di notevoli incrostazioni nella pubblica amministrazione” e dalle “numerose resistenze interne al palazzo riscontrate nella loro azione di pulizia e di trasparenza della macchina amministrativa”.
E la seconda commissione straordinaria che salta – per la sua totalità – in meno di un anno. Se non è un record poco ci manca.
Scusi, signor ministro dell’Interno, onorevole-sassofonista-avvocato Roberto Maroni: chi guida la “baracca”? Provare per credere: visitate il sito http://www.comune.gioiatauro.rc.it/ e troverete che nella voce “organi di governo” la casella “commissione straordinaria” è vuota. Chi guida una nave dove è sceso persino il capitano (anzi: due capitani in meno di un anno) e che rischia di affondare in una sabbia mobile amministrativa zeppa di criminali, soprattutto alla vigilia di nuovi appalti miliardari nella Piana e traffici mondiali (anche illeciti) via mare?
Se lo è chiesto e lo ha chiesto anche il rappresentante della Commissione parlamentare antimafia, l’onorevole Napoli (ex An, comunque rimasta nel centro-destra), che ha presentato un’interpellanza che – ovviamente – è rimasta finora lettera morta (la allego a fondo pagina affinchè tutti possiate leggerla). Napoli non lo ha chiesto solo a Maroni ma anche al ministro della Giustizia “Angelino l’odo Alfano” e a Sua Onniscenza Silvio Berlusconi. Risposte: zero. Neppure le chiacchiere. Neppure il distintivo.
Ora qualcuno ci dovrà spiegare come è possibile che un Comune così importante possa restare senza guida. Un Comune oltretutto dove (vox populi) c’è chi giura che i veri mafiosi siano rimasti al proprio posto. Intoccabili, come diceva l’ex superprefetto di Reggio Calabria ed ex vicario della Polizia, il senatore Luigi De Sena (Pd), che ha sempre ricordato l’inutilità della cacciata dei politici collusi o mafiosi, senza la contemporanea cacciata dei pubblici funzionari, dirigenti e dipendenti, corrotti o criminali. Un Comune dove – allego a fine pagina lo schema ripreso pari pari dal sito comunale – i dirigenti si mettono in malattia in media 50 giorni all’anno. Aggiungete le ferie, scekerate il tutto e vedrete che un quarto di anno lavorativo se lo passano a casa. Altro che le cure del playboy Renato Brunetta, il ministro dell’efficienza provetta!

FONDI…DI DIGNITA’

E passiamo ad analizzare la tragicomica vicenda di Fondi, paesone alle porte di Latina dove (lo dicono gli investigatori, i magistrati e il prefetto Bruno Frattasi, non io che sono un umile giornalista) le mafie fanno da anni scorribande manco fossero sulle montagne russe.
Non voglio annoiarvi con la cronistoria di quanto sta accadendo a Fondi. Per questo, infatti, vi rimando alle numerose inchieste che ho scritto sul Sole-24 Ore, alle puntate su Radio24 nella mia trasmissione “Un abuso al giorno” e ai post scritti su questo blog il 28 gennaio e il 14 aprile 2009).
La sintesi è questa: la città di Fondi – e in vero l’intera provincia di Latina – ha una vita economica, amministrativa e sociale oramai dettata dall’orologio biologico della criminalità. Non passa giorno che non ci sia un attentato, un intimidazione e decine e decine di arresti, come gli ultimi clamorosi, che hanno portato all’arresto dell’ex assessore ai Lavori pubblici e di boss di ‘ndrangheta che condiziona(va)no il Mof, il Mercato ortofrutticolo che fattura un miliardo all’anno e conta oltre 120 aziende.
Ebbene, a Fondi, il prefetto, da quasi un anno ha consegnato nelle mani del sassofonista, per diletto ministro dell’Interno con un fazzoletto verde ramarro nel taschino, una copiosa produzione letteraria: circa 800 pagine con le quali si prospetta lo scioglimento del Comune per infiltrazione mafiosa.
E che fa il sassofonista-avvocato-ministro e con lui il Governo tutto? Prima nicchia (sapete com è, c’erano le elezioni europee e amministrative e in Italia, comunque, c’è sempre un’elezione), poi rimanda, poi promette lo scioglimento e infine (ma guarda tu che novità!) non mantiene.
Con la scusa – risibile – di dovere adeguare la relazione prefettizia alle nuove regole sullo scioglimento degli enti locali (sapete com è, in Italia esiste sempre il rigo 3 del comma 4 dell’articolo 7 così come modificato dall’appunto 9 del pizzino 11 del Gran Maestro 27) il Governo ha preso ancora tempo. Tutto questo ha dato il 24 luglio la possibilità al senatore Stefano Pedica (dell’Italia dei Valori) di inscenare una protesta scenografica nel corso della conferenza stampa della malcapitata ministra Mariastella stellina Gelmini.
Ora – anche ammesso e non concesso – che lo scioglimento arrivi (e sarebbe bene che si cominciasse a indagare anche su territori come Minturno, e a quanto mi risulta sta accadendo), mi domando e vi domando: ma dove sono i fatti contro le mafie? Dove sono gli interventi decisi e decisivi? Come si può – mi domando – lasciare solo e, di fatto, delegittimare il lavoro di uno tra i migliori prefetti in Italia? Come si possono ignorare le proteste, le denunce di centinaia di amministratori di ogni colore politico, di numerose associazioni antimafia e di migliaia di cittadini? Come si possono ignorare le inchieste della magistratura che hanno e stanno scoperchiando da anni il malaffare nell’area pontina? Solo chiacchiere e distintivo, ecco cos è la lotta alle mafie dei Governi, “solo chiacchiere e distintivo”.
Sapete cosa sta accadendo in questi mesi durante i quali il sindaco di Fondi, il mitico Luigi Parisella (Pdl), ha attaccato la libertà di stampa e i giornalisti, a partire da chi scrive, il quale è stato gratificato negli anni di diversi attacchi e deliranti comunicati stampa sul sito del Comune? Non ci credete? Andate su http://www.cittafondi.it/: li troverete anche l’ultimo comunicato stampa che si intitola: “A Silvio Berlusconi”. E’ un’ode che chiama alle armi il papi-Silvio a combattere quei cattivoni del Tg1 che hanno fatto del male, vale a dire la bua (in molte parti del Nord dicono la bibi) a Fondi e al Mof. Leggetelo quel comunicato stampa (così, almeno, lo chiamano, è fantastico!)
Ve lo racconto io cosa sta succedendo a Fondi e nella provincia di Latina. Preparatevi a ridere e ricordate che è solo un fior da fiore dei più incredibili episodi.

LE PERLE SU FONDI E SULLA PROVINCIA DI LATINA: E VAI CON
IL TRIO DI ATTACCO FAZZONE - PALLONE – LAURO


La cosa più bella (vi prego di cogliere l’ironia) l’ha combinata il senatore del Pdl Claudio Fazzone, tra i ras incontrastati del territorio. Con una dichiarazione anticipata sul sito http://www.provincialatina.tv/ ha detto che «...il prefetto di Latina dopo aver fatto il suo dovere non può entrare nelle questioni politiche facendo il giro delle settechiese degli esponenti della sinistra...per questo sono sempre più determinato nel chiedere, se occorre, una commissione di inchiesta che verifichi tutti gli atti e l’iter prodotto in questa vicenda dal Prefetto di Latina e della correttezza degli interventi delle forze di sinistra veicolati sui media».
Capito? Una commissione d’inchiesta sul commissario prefettizio! E anche sulla sui giornalisti comunisti! E perché non anche sui Ros e sulla Gdf che in questi anni in provincia di Latina stanno scovando il marcio anche sottoterra?
Fazzone nella sua crociata – scrive il quotidiano “Latina Oggi” vicino, se non erro, alle posizioni del senatore romano-pontino del centrodestra (più destra, estrema, che centro) Giuseppe Ciarrapico - non è solo. Il coordinatore regionale del Pdl, Alfredo Pallone (con ‘sto cognome o faceva l’attaccante o faceva il difensore) si è schierato nel tridente: ha attaccato la sinistra e parlato di «estraneità dell’amministrazione di Fondi dalle accuse di infiltrazioni camorristiche» ma ha anche aggiunto di attendere con serenità la decisione del Governo, che «sarà comunque quella giusta». Finora è stata giustissima, ovvio!
Persino il senatore Raffaele Lauro, ex prefetto, anche lui del Pdl, membro della Commissione parlamentare antimafia, ha detto che chiederà una apposita seduta
pubblica per esaminare gli atti già acquisiti e quelli dell’operazione Damasco che ha portato all’arresto di boss e complici.

SCENDE IN CAMPO ANCHE ER CIARRA

In questa terra di mafia che è diventato il sud pontino (Frosinone compreso) non poteva mancare l’intervento del senatore Ciarrapico, detto er Ciarra, che è si nello stesso schieramento politico ma – evidentemente – è all’opposizione interna su quel territorio.
Dunque er Ciarra dicevamo – che non conosco e, detto fra me e voi, non vorrei neppure sfiorare con una canna – sul giornale Latina Oggi, appunto, si spinge a chiedere una «commissione d’inchiesta sulle fortune patrimoniali, assai celeri peraltro, del senatore Claudio Fazzone». Forse Fazzone – prosegue Ciarrapico – “dovrebbe precisare gli abusi edilizi della sua villa di Fondi, tutta abusiva e fare l’inventario delle proprietà immobiliari della moglie. A meno che anche queste proprietà non siano frutto di omonimia”.
Ma vi rendete conto chi ha chiesto la commissione d’inchiesta sui beni patrimoniali di un collega di partito? Er Ciarra, insegnante-imprenditore, che di incontri ravvicinati con la Giustizia e con i creditori ne ha avuti non pochi e per il quale, come ricordava il Sole-24 Ore a maggio “l'ufficiale giudiziario si è presentato nella sua residenza dichiarata, cioè nel capannone accanto alla tipografia di "Ciociaria Oggi", scoprendovi però una sola stanza con brandina, tavolo, piccolo armadio e comodino”. Niente di pignorabile, insomma. Anzi, le parti civili avvertono che «Ciarrapico ha fatto annullare per motivi procedurali perfino quest'ultimo tentativo di esecuzione forzata». Di qui la soluzione finale: bloccare un quinto del suo nuovo reddito di parlamentare a favore dei creditori. Sarà stato fatto? Quali sono stati gli eventuali sviluppi? Non è dato sapere. Almeno: io non lo so. C’è qualcuno che lo sa? Me lo scriva. Magari lo stesso senatore-insegnante-imprenditore.

E VAI CON LA RICHIESTA MILIONARIA DI…BARDELLINO

In questo territorio martoriato - in cui intanto il Comune di Fondi naviga a vista, secondo le accuse dell’opposizione – accade che Ernesto Bardellino presenti ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo. “Colui – svela Latina Oggi - che sempre è stato identificato dagli inquirenti quale boss della camorra appartenente al clan dei casalesi ha deciso di chiedere allo Stato italiano cento milioni”.
A comunicare la decisione sono stati i suoi avvocati di fiducia, Pasquale Cardillo Cupo e Guglielmo Raso, che hanno spiegato il motivo del ricorso per la vicenda della confisca dei beni eseguita nei confronti dell’assistito da parte del Tribunale di Latina.
Questa misura di prevenzione di carattere patrimoniale, secondo i due principi del foro, in base alla vigente normativa è applicabile a quei soggetti sospettati di appartenenza ad associazioni per delinquere di stampo mafioso o camorristico.
«Tale condizione, tuttavia, non è assolutamente ravvisabile – hanno spiegato gli avvocati – nei confronti di Ernesto Bardellino, posto che è stato assolto da tutti i tribunali di Italia dal reato di cui all'articolo 416 bis ed è privo di qualsiasi carico pendente. Non è mai stato condannato per il reato di associazione per delinquere di stampo mafioso, come provato da sentenze assolutorie coperte dal giudicato che affermano altresì la lecita provenienza dei suoi beni patrimoniali, come affermato dalla Corte di Appello di Roma in una delle ultime pronunce di merito in cui si dava testualmente atto che la società di sua proprietà, la Tirreno Sud Srl, non era altro che ‘il frutto di una normale e onesta attività imprenditoriale’. Tuttavia, nonostante ciò Ernesto Bardellino è da anni sottoposto alla sorveglianza speciale di pubblica sicurezza».
Molti dei beni patrimoniali di Bardellino sono finiti nelle mani dello Stato ma secondo i legali sarebbe stata commessa «una grave lesione della convenzione internazionale dei diritti dell'uomo». E pur riconoscendo (bontà loro!) l’operato della Giustizia italiana, ritengono che «le preminenti esigenze di tutela dei diritti umani impongono che della vicenda venga investita la Corte europea di Strasburgo, alla quale è stato richiesto di voler condannare lo Stato italiano a corrispondere ad Ernesto Bardellino un risarcimento danni pari a 100 milioni di euro, per la perdita del suo patrimonio e per i danni conseguenti ad una decisione contraria alla convenzione europea sui diritti umani, in particolare a quella sull'inviolabilità del diritto di proprietà».
Insomma, mentre c’è chi fa chiacchiere e mostra il distintivo, Bardellino & C. fanno i fatti.
Bene, bravi, bis. Così si fa. Che lo Stato e il Governo imparino la lezione! Ma, forse, l’hanno già imparata, come dimostrano i casi di Gioia Tauro e Fondi. O no?

roberto.galullo@ilsole24ore.com

ALLEGATI

ALLEGATO n.1

IL TESTO DELL’ INTERPELLANZA PRESENTATA DALL’ON.NAPOLI (Clicca per leggere)
ALLEGATO n.2


Fonte: http://www.comune.gioiatauro.rc.it/

sabato 22 novembre 2008

L'articolo di Roberto Galullo sul Magistrato Marisa Manzini



Di seguito riporto l'articolo sul Magistrato Marisa Manzini del Giornalista Roberto Galullo, prestigiosa firma de Il Sole 24 ore, che sul suo Blog "Guardie o Ladri" si occupa prevalentemente di legalità.



Manzini, magistrato antimafia o collusa con la ‘ndrangheta? Maroni e Alfano rispondano subito a Menardi, Napoli e a tutta Italia

In un’Italia in cui un ex ministro della Giustizia partecipa alle nozze di un mafioso fa paradossalmente notizia che un magistrato antimafia faccia da testimone di nozze a uno tra i più apprezzati capitani della Finanza in Calabria (sono cose che hanno un certo significato da quelle parti e, soprattutto, che non passano inosservate dalle cosche).
E in un’Italia in cui i corvi volano spesso tra i palazzi di Giustizia e tra le mura di una caserma militare, fa paradossalmente notizia che lo stesso magistrato antimafia sia unanimamente apprezzata dalla polizia giudiziaria con cui – da anni – lavora: prima a Lamezia Terme e ora a Vibo Valentia dove, fino a qualche anno fa, la famiglia ‘ndranghetista Mancuso di Limbadi faceva ciò che voleva. Ora quantomeno ha trovato un’argine in più anche se la sua potenza economica (derivante dal traffico di droga con i cartelli colombiani) e militare è devastante.
La testimone di nozze, l’apprezzato magistrato e l’argine sono la stessa persona: Marisa Manzini, piemontese di Novara, lombarda di origine, fino al 2003 a Lamezia Terme e poi alla direzione distrettuale antimafia di Catanzaro con delega, appunto, su Vibo Valentia.Un magistrato che – per carità di Dio, grazie all’aiuto dei colleghi tutti bravi, buoni e belli, guai a trovarne uno brutto, sporco e cattivo – porta avanti processi e operazioni importanti, dai nomi che evocano telenovela e polpettoni televisivi: Dinasty, Rima, Odissea, Domino, New Sunrise, Uova del Drago. Dietro questi nomi di fantasia c’è una realtà durissima: un lavoro costante, senza mai una sbavatura e in armonia con i colleghi (tutti?). ..........

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